Francesco Biamonti, vita
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La cultura nel ponente ligure ai tempi
di Francesco Biamonti: un accenno

Uscito appena dall’adolescenza, ancora dentro le stalle d’Augìa – per parafrasare, come ogni tanto gli piaceva fare, il Montale a lui caro -, il giovane Biamonti inizia a frequentare, nella prima sede bordigotta di Via Romana, la “Piccola Libreria” di Maria Pia Pazielli. Consigliera attenta e discreta, “l’amica dei libri” - com’è stata definita da Michel David, visitatore della terza sede sanremese di Via Escoffier - svela a poco a poco la sua cultura di impegno etico e religioso nonché la conoscenza dei poeti del ‘900 e dell’800 europeo. Kierkegaard, Barth, Guardini, De Lubac, Maritain, Jaspers, Caruso ma anche Hölderlin, Novalis, Ungaretti e soprattutto Camus, sono solo alcuni degli autori che Biamonti, allora interessato soprattutto alla letteratura decadente, apprezza anche grazie ai suggerimenti di Maria Pia (la lezione di Camus, accanto a quella di Leopardi, diventa fondamentale in un mondo che ben presto si rivela essere “casa d’altri”). La sensibilità e la finezza d’intuito della Pazielli fan sì che la libreria diventi anche luogo adatto per favorire gli incontri e i rapporti fra letterati e artisti, da Luciano De Giovanni a Carlo Betocchi e Guido Seborga, da Enzo Maiolino a Oscar Navarro. Sono - e saranno - tuttavia le letture, simbolo di una vita fatta più di silenzi che di cose dette, a formare davvero Francesco Biamonti in un periodo, come quello che verrà di seguito segnalato, ricco di iniziative. Lontano dalla chiacchiera e dalle accademie, egli, infatti, si pone a lato a vivre parmi les autre comme un absent secondo l’insegnamento di Baudelaire, per studiare e riflettere continuamente, per accettare o rifiutare stilemi mentali meditati a lungo.

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La vita culturale della Bordighera degli anni Cinquanta è animata, in particolare, dalle iniziative e dalle doti organizzative di Giuseppe Balbo a cui si devono, oltre al contributo alla creazione del “Salone Internazionale dell’Umorismo”, due eventi di grande rilievo: la “Mostra dei pittori americani” e il premio “5 Bettole”. In proposito è doveroso ricordare il significativo ruolo, ormai caduto nell’oblio, di Angelo Giribaldi Laurenti il quale, nella veste di presidente dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo, riesce a imprimere alle suddette iniziative un’impronta di rilievo internazionale grazie alle sue conoscenze e relazioni personali, nonché alla grande sensibilità verso la musica e le arti in genere. La “Mostra dei pittori americani”, nata sotto gli auspici di Giuseppe Balbo, Jean Cocteau e Walter Shaw, si svolge in quattro edizioni e propone, dapprima, una selezione di pittori statunitensi provenienti dalla celebre collezione di Peggy Guggenheim, poi le opere figurative di Hopper, Feininger e Shahn, per terminare con alcuni giovani artisti di talento divenuti successivamente noti in campo internazionale, fra i quali Virduzzo, Hadzi, Zajac e Pepper. Il premio di pittura “5 Bettole”, creato nel 1950 e poi esteso alla narrativa e alla poesia, dura undici anni. Nel 1956, l’autorevole giuria composta da Carlo Betocchi, Angelo Frattini, Renzo Laurano, Giacomo Natta, Gianfranco Vigorelli, Guido Seborga e Bonaventura Tecchi (Giuseppe Balbo figura come segretario), premia, per la sezione narrativa “racconti inediti”, accanto a Elio Filippo Acrocca, Francesco Biamonti con Dite a mio padre, prosa nata sotto l’influenza di Pavese e Malraux. Non si tratta, com’è noto, dell’esordio del Biamonti narratore avvenuto cinque anni prima con Serenità tra i fiori – racconto da lui stesso poi definito “ingenuamente pascoliano” - apparso sul numero unico della «Battaglia dei fiori» di Ventimiglia (su suggerimento di Angelo Maccario, Francesco accetta di figurare quale direttore responsabile). Dunque, non solo Bordighera ma anche Ventimiglia dove, del resto, Biamonti risiede e lavora alla Biblioteca Aprosiana, e Dolceacqua. Qui, con Giuseppe Balbo, Carlo Betocchi, G. Cesare Ghiglione, Angelo Maccario, Giacomo Natta e il pittore Mario Raimondo (Barbadirame) in qualità di segretario, fa parte della giuria del premio di pittura giunto alla sua sesta edizione (1957).

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Negli anni 1963-1964 la “distintissima” Bordighera di Irene Brin si impone all’attenzione del pubblico e della critica con una delle manifestazioni più vivaci e serie del panorama artistico di questo periodo: il “Premio Bordighera”, erede del “5 Bettole”. Marco Valsecchi, Palma Viardo, Oscar Navarro, Garibaldo Marussi, Lorenza Trucchi, Francesco Arcangeli, Joffre Truzzi e Ennio Morlotti formano la giuria di un premio di pittura che per molti giovani costituisce un trampolino di lancio verso traguardi di grande prestigio.
Bordighera e il suo entroterra, inoltre, occupano un ruolo centrale nell'attività di letterato di Guido Seborga, il “romantico alla tedesca che aveva letto gli espressionisti”, come amava definirlo Biamonti, per diventare, poi, stimolo per la sua originale produzione artistica: le incisioni rupestri delle caverne di Monte Bego sono preciso riferimento al segno ideografico della pittura di questa poliedrica personalità.
Ma il cielo e la luce della città delle palme incantano anche Ennio Morlotti, alla ricerca di una “nuova avventura” pittorica. Boschetti di ulivi e di limoni, rocce, cactus, lingue di spiaggia bagnate dal mare: è questo il paesaggio ligure che Francesco Biamonti e Sergio Biancheri, conosciuti nel 1959, mostrano al pittore lombardo durante i numerosi viaggi in automobile. Le campagne di Borghetto San Nicolò e Vallebona, la Val Nervia, gli scogli di marina San Giuseppe, il pianoro di Punta Migliarese, Perinaldo e, ovviamente, San Biagio della Cima diventano mete da visitare ogni estate, alla scoperta della luce e dei grumi di colore di cézanniana memoria che tanto affascinano sia Morlotti sia Biamonti (si ricordi la loro visita, in compagnia di Maiolino e Truzzi, allo studio di Cézanne a Aix-en-Provence nel 1963). Il futuro romanziere amerà recuperare le folgorazioni di luce e i riverberi provenienti dall’abbaglio marino, da tante case dei doganieri che montalianamente cercano un varco impossibile (non a caso faranno sentire la propria voce anche gli strumenti del Quator pour la fin du temps di Messiaen). Il paesaggio di cielo, mare e rupi assomiglia alla scrittura verticale che dal fremito dell’albero arriva alla luminosità del cielo di Eugenio Montale, Camillo Sbarbaro e Mario Novaro, la cui poesia di meditazione e correlativo oggettivo interessa la formazione di Biamonti. La lezione di essenzialità e purezza che ne deriva trova la sua maggiore espressione nella filosofia fenomenologica di Merleau Ponty (come non pensare, però, anche alle intermittences proustiane o all’epifania joyciana?), mentre la conseguente visibilità della scrittura nasce dalla lettura dei poeti simbolisti e surrealisti, maestri nell’osservare le cose con esattezza per renderne la visione (si ricordi anche la lezione americana di Calvino dedicata alla visibilità). Biamonti, d’altra parte, ha familiarità sia con i più noti scrittori francesi sia con gli autori più giovani, di cui è informato grazie alla frequentazione della grande libreria “La Sorbonne” di Nizza (ma la città è meta anche per assistere a film di un certo spessore) e di quella della libraia di Mentone “appassionata di letteratura”. Qui conosce, tra l’altro, l’aspra poesia di René Char, presenza fondamentale, dopo Eluard e i surrealisti, nello svolgimento della sua poetica (si veda l’esauriente scheda La formazione di Francesco Biamonti di Francesco Improta). E’ proprio da queste letture, a cui vanno affiancate almeno quelle di Valéry, Eliot e Machado, e dalle riflessioni sulla pittura anche di De Staël e, in particolare, di Cézanne che nasce, come risultato di un continuo confronto, la consapevolezza che la natura è divenuta, ormai, “autoritratto” tanto che si può parlare di sé attraverso le cose e rapportarsi, così, “velocemente” al paesaggio. La pittura di “materia” e “memoria” di Morlotti, quindi, rafforza - e non determina- la struttura di base cézanniana nella visione della natura di Biamonti (si tenga presente che egli conosce la produzione pittorica morlottiana prima dell’incontro del ’59) come mostrano i saggi sull’arte e gli articoli composti sino agli anni Novanta.

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Anche la vicina Sanremo degli anni Cinquanta-Sessanta vanta nomi interessanti, da Giacomo Natta che, designato direttore dei “Lunedì letterari” nel 1957, organizza due cicli di conferenze in cui campeggiano i più noti esponenti della cultura italiana (si ricordano pure le intere serate trascorse a parlare di letteratura e poesia con Biamonti quando, ospite della sorella, Natta giunge nella città delle palme), a Serafino Beniamino, oggi attivo a Bordighera. E’ per suo merito che i pittori del ponente possono accostarsi ai protagonisti delle avanguardie novecentesche, da Seuphor a Melotti, da Dorazio a Calderara, la cui presenza ha influenzato, in particolare, gli esiti della ricerca astratto-geometrica.

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Gli anni Ottanta-Novanta meritano un accenno per alcune importanti iniziative. Dopo la mostra retrospettiva in onore di Giuseppe Balbo del 1984, tre anni più tardi Bordighera dedica a Carlo Betocchi il primo convegno commemorativo. Gli interventi di poeti e critici importanti, da Giorgio Caproni, a Elio Gioanola, a Franco Contorbia, avvengono anche alla presenza di Francesco che, in quest’occasione, conosce il nipote di Carlo, Luigi Betocchi (è proprio lo zio a favorire in lui quella spiccata sensibilità per l’arte che tutt’oggi lo contraddistingue). Nell’aprile del 1987 Imperia ospita un importante convegno di studi su Mario Novaro alla cui tavola rotonda, accanto a Giuseppe Conte, Cesare Vivaldi, Gina Lagorio, Giorgio Caproni e Giovanni Cattanei, prende parte Biamonti. Dal 17 dicembre al 31 gennaio 1988 la città è di nuovo protagonista: al Centro Culturale Polivalente viene ricordata la vita e l’opera di Giovanni Boine con una mostra di immagini e documenti curata da Mariateresa Anfossi, Domenico Astengo e Franco Contorbia: Francesco porta la propria testimonianza. Nel novembre 1996, a dieci anni di distanza dal primo convegno, Sanremo ripropone due giornate di studi su Italo Calvino a cui Biamonti partecipa con un importante contributo sulla necessità di guardare le cose dall’“opaco” per coglierne la “giustezza” e la “visibililità”. Il mese successivo, nella città della palme, dopo più di trent’anni dall’ultimo premio di pittura, nasce la prima edizione del biennale “Premio di pittura Città di Bordighera”, con l’intento sia di ricordare e valorizzare la tradizione artistica del luogo sia di decifrare le nuove tendenze della pittura italiana. Biamonti, ormai noto scrittore, fa parte della commissione giudicatrice (anche nella seconda edizione del 1998). Un’ultima segnalazione: sempre nel 1996, dopo aver preso parte al convegno di studi Intorno a Lalla Romano svoltosi a Milano nel 1994, Francesco compone un affettuoso brano sulla scrittrice sentita “fraterna” per lo stile diamantino che restituisce la realtà nella sua purezza e per l’impegno morale che impone la stessa scrittura come forza etica capace di riconoscere la sacralità delle cose.

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Si è voluto così suggerire, per sommi capi, il ricco clima culturale del ponente ligure. Non esiste, infatti, in particolare per gli anni Cinquanta-Sessanta, una complessiva memoria storica da offrire a quanti non hanno potuto vivere simili esperienze: è solo possibile rintracciare alcuni segmenti, ricordare alcune iniziative, individuare alcune presenze. E fra queste, si è visto, c’è il discreto e silenzioso Francesco Biamonti pronto a maturare, grazie alla fatica di uno studio intimamente sentito, quella personalissima avventura intellettuale che ne contraddistingue la figura umana e culturale.

Mara Pardini

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