I luoghi Biamontiani
Nonostante, e forse anzi proprio per laffermazione
da Biamonti resa a Paola Mallone «Io sono da cancellare. La mia vita non conta nulla; i miei natali non hanno importanza;
il mio paese è insignificante», è irresistibile cominciare a parlare dei luoghi di Biamonti da riscontri possibili
nei suoi romanzi. Del resto la stessa nota aurorale con cui Calvino inquadrava felicemente gli estremi della poetica biamontiana
(il romanzo-paesaggio) non lasciava dubbi sulla centralità "della luce del paesaggio aspro e scosceso dellentroterra
ligure, nellestremo suo lembo di Ponente, al confine con la Francia".
Tra quanti hanno offerto letture convincenti
di Biamonti Enrico Fenzi ha impiegato come chiave
daccesso alla scrittura e al progetto narrativo ed ideologico sotteso ad essa fino ad arguirne, unico in una piccola
folla, la qualità eminentemente politica la toponomastica. Lacuta analisi di Fenzi dimostra anzitutto che
la totalità della toponomastica narrativa biamontiana è desunta da quella delle zone limitrofe al suo paese natale;
con una particolarità, però, e cioè che tale toponomastica attinge solo ai piccoli
comuni dellentroterra della provincia dImperia, mentre esclude quasi totalmente le città o cittadine
costiere (Sanremo, Ventimiglia, Imperia, etc.); daltra parte, la toponomastica è antirealistica per quanto riguarda
lItalia, mentre si fa meno alonata e più referenziale allorché ci spingiamo verso la Francia.
Ecco allora alcuni risultati dellindagine
condotta da Fenzi, che integriamo con rilievi compiuti da chi scrive sul campo. Intanto Fenzi stabilisce, a partire dal titolo
del primo romanzo, Langelo di Avrigue, un rapporto tra il nome del toponimo centrale nel romanzo e quello di uno
dei borghi più belli del Ponente, Apricale, non mancando tuttavia di rimandare allabrigu/avrigu
contemporaneamente dialettale e colto nel suo riuso calviniano. Nessun rilievo più opportuno se si pensa poi al fatto che
Apricale era meta di visite frequenti da parte di Morlotti e Biamonti, come dimostrato da Paolo Zublena in un suo importante contributo.
Detto questo, non si deve tralasciare che a Apricale si lega indissolubilmente limmagine dellangelo, di cui si è
spesso fatto una figura allegorica benjaminiana. Il che è ben certo ma non vale a cancellare una questione che non è
stata sollevata: e cioè che langelo che tocca col dito nel carrugio esiste veramente nella tradizione di San Biagio,
al punto da essere accompagnato da un detto popolare, nella cui trascrizione mi cimento con incertezza: asbascia asbascia che
langeretu u toca. E così langelo biamontiano acquista subito non solo il peso dellirrimediabile angelo
della storia: diventa anche un angelo della pietas loci. Ma diventa anche contemporaneamente figura di sincresi tra luoghi
diversi, che è un po la caratteristica delle strategie di nominazione presenti nei suoi libri. E tuttavia le deformazioni
nei nomi e nella rappresentazioni dei luoghi non nascondono le parentele; pertanto, qua e là, omettendo lindicazione
delle fonti: Sultano è Soldano, che confina con San Biagio; Realto è Realdo,
Argela è Argeleu, gruppo di case situate nei pressi di Pigna, come Fenzi dimostra.
Alcuni toponimi sono reali nel signans ma non nel signatum: Luvaira (che non è a monte
di Buggio, come dice Fenzi, ma a monte di San Biagio) in particolare, non è un paese, ma una località semiboschiva,
con presenza di oliveti; altri deformano nomi locali ma gli associano una realtà identificabile.
Altri particolari riconducono
a elementi riconoscibili del paesaggio locale: la scritta Les mauvais jours finiront si leggeva davvero, fino a non
molti anni or sono, in un muraglione tra Vallecrosia alta e San Biagio, ora coperta da una scritta contro Bossi; la pila del corvo,
la pila du crovu, esiste veramente, a Santa Croce, che è centro strategico della narrazione biamontiana; così
come esistono realmente alcuni dei passi richiamati, come il Passo della Morte.
Se quanto detto vale per la piccola geografia
dei luoghi biamontiani, per il suo legame con quella che dobbiamo definire a malincuore e per scrupolo di precisione, anche a
costo di farci male, una piccola patria, esiste anche una grande geografia; e se la geografia antirealistica delle piccole patrie
è la geografia del mito, la geografia realistica e più referenziale delle grandi nazioni (la Francia, con la sua
Marsiglia, la Jugoslavia smembrata) è la geografia della storia, anzi della Storia. Non a caso in Attesa sul mare
la composizione di queste due dimensioni (mito e Storia) richiede lattraversamento (che è, evidentemente, anche un
rito di passaggio) del mare, altro luogo cruciale dellesperienza biamontiana dello spazio, sospensione di ogni tipo di temporalità
per lasciare spazio al pulsare dellorigine, della ferita originaria. Altrove lo stesso effetto viene conseguito con lattraversamento
del confine, che è anchesso rito di passaggio, e permette lincontro con la metà perduta della cultura
delle zone rappresentate, che proprio per tale amputazione vivono una forte crisi.
Schematizzando, possiamo dire che lesperienza del luogo
in Biamonti si articola su varie direttrici:
a) paesaggio naturale: il mare, i crinali e le montagne o colline, il cielo
b) paesaggio antropizzato in sostanziale armonia con la dimensione naturale: la campagna coi muri a secco, gli oliveti, i borghi
coi carrugi, etc.
c) il paesaggio deturpato dallintervento umano: la costa cementificata.
Tra esperienza mitica del paesaggio ed esperienza storica, tra
richiami alla Provenza, alla Spagna e riferimenti al Golfo di Marsiglia
e quello di Genova, unico trait dunion è allora la luce verticale del
Mediterraneo: unica possibilità di rapporto con ciò che lautore ha chiamato il fondamentale: «il rapporto
delluomo con lamore, con la morte, con il suo paesaggio, col cielo, col mare».
Gianluca Picconi
Corrado Ramella
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