Francesco Biamonti, vita
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I luoghi Biamontiani

Nonostante, e forse anzi proprio per l’affermazione da Biamonti resa a Paola Mallone «Io sono da cancellare. La mia vita non conta nulla; i miei natali non hanno importanza; il mio paese è insignificante», è irresistibile cominciare a parlare dei luoghi di Biamonti da riscontri possibili nei suoi romanzi. Del resto la stessa nota aurorale con cui Calvino inquadrava felicemente gli estremi della poetica biamontiana (il romanzo-paesaggio) non lasciava dubbi sulla centralità "della luce del paesaggio aspro e scosceso dell’entroterra ligure, nell’estremo suo lembo di Ponente, al confine con la Francia".

Tra quanti hanno offerto letture convincenti di Biamonti Enrico Fenzi ha impiegato come chiave d’accesso alla scrittura e al progetto narrativo ed ideologico sotteso ad essa – fino ad arguirne, unico in una piccola folla, la qualità eminentemente politica – la toponomastica. L’acuta analisi di Fenzi dimostra anzitutto che la totalità della toponomastica narrativa biamontiana è desunta da quella delle zone limitrofe al suo paese natale; con una particolarità, però, e cioè che tale toponomastica attinge solo ai piccoli comuni dell’entroterra della provincia d’Imperia, mentre esclude quasi totalmente le città o cittadine costiere (Sanremo, Ventimiglia, Imperia, etc.); d’altra parte, la toponomastica è antirealistica per quanto riguarda l’Italia, mentre si fa meno alonata e più referenziale allorché ci spingiamo verso la Francia.

Ecco allora alcuni risultati dell’indagine condotta da Fenzi, che integriamo con rilievi compiuti da chi scrive sul campo. Intanto Fenzi stabilisce, a partire dal titolo del primo romanzo, L’angelo di Avrigue, un rapporto tra il nome del toponimo centrale nel romanzo e quello di uno dei borghi più belli del Ponente, Apricale, non mancando tuttavia di rimandare all’abrigu/avrigu contemporaneamente dialettale e colto nel suo riuso calviniano. Nessun rilievo più opportuno se si pensa poi al fatto che Apricale era meta di visite frequenti da parte di Morlotti e Biamonti, come dimostrato da Paolo Zublena in un suo importante contributo. Detto questo, non si deve tralasciare che a Apricale si lega indissolubilmente l’immagine dell’angelo, di cui si è spesso fatto una figura allegorica benjaminiana. Il che è ben certo ma non vale a cancellare una questione che non è stata sollevata: e cioè che l’angelo che tocca col dito nel carrugio esiste veramente nella tradizione di San Biagio, al punto da essere accompagnato da un detto popolare, nella cui trascrizione mi cimento con incertezza: asbascia asbascia che l’angeretu u toca. E così l’angelo biamontiano acquista subito non solo il peso dell’irrimediabile angelo della storia: diventa anche un angelo della pietas loci. Ma diventa anche contemporaneamente figura di sincresi tra luoghi diversi, che è un po’ la caratteristica delle strategie di nominazione presenti nei suoi libri. E tuttavia le deformazioni nei nomi e nella rappresentazioni dei luoghi non nascondono le parentele; pertanto, qua e là, omettendo l’indicazione delle fonti: Sultano è Soldano, che confina con San Biagio; Realto è Realdo, Argela è Argeleu, gruppo di case situate nei pressi di Pigna, come Fenzi dimostra. Alcuni toponimi sono reali nel signans ma non nel signatum: Luvaira (che non è a monte di Buggio, come dice Fenzi, ma a monte di San Biagio) in particolare, non è un paese, ma una località semiboschiva, con presenza di oliveti; altri deformano nomi locali ma gli associano una realtà identificabile.

Altri particolari riconducono a elementi riconoscibili del paesaggio locale: la scritta “Les mauvais jours finiront” si leggeva davvero, fino a non molti anni or sono, in un muraglione tra Vallecrosia alta e San Biagio, ora coperta da una scritta contro Bossi; la pila del corvo, la pila du crovu, esiste veramente, a Santa Croce, che è centro strategico della narrazione biamontiana; così come esistono realmente alcuni dei passi richiamati, come il Passo della Morte.

Se quanto detto vale per la piccola geografia dei luoghi biamontiani, per il suo legame con quella che dobbiamo definire a malincuore e per scrupolo di precisione, anche a costo di farci male, una piccola patria, esiste anche una grande geografia; e se la geografia antirealistica delle piccole patrie è la geografia del mito, la geografia realistica e più referenziale delle grandi nazioni (la Francia, con la sua Marsiglia, la Jugoslavia smembrata) è la geografia della storia, anzi della Storia. Non a caso in Attesa sul mare la composizione di queste due dimensioni (mito e Storia) richiede l’attraversamento (che è, evidentemente, anche un rito di passaggio) del mare, altro luogo cruciale dell’esperienza biamontiana dello spazio, sospensione di ogni tipo di temporalità per lasciare spazio al pulsare dell’origine, della ferita originaria. Altrove lo stesso effetto viene conseguito con l’attraversamento del confine, che è anch’esso rito di passaggio, e permette l’incontro con la metà perduta della cultura delle zone rappresentate, che proprio per tale amputazione vivono una forte crisi.

Schematizzando, possiamo dire che l’esperienza del luogo in Biamonti si articola su varie direttrici:
a) paesaggio naturale: il mare, i crinali e le montagne o colline, il cielo
b) paesaggio antropizzato in sostanziale armonia con la dimensione naturale: la campagna coi muri a secco, gli oliveti, i borghi coi carrugi, etc.
c) il paesaggio deturpato dall’intervento umano: la costa cementificata.

Tra esperienza mitica del paesaggio ed esperienza storica, tra richiami alla Provenza, alla Spagna e riferimenti al Golfo di Marsiglia e quello di Genova, unico trait d’union è allora la luce verticale del Mediterraneo: unica possibilità di rapporto con ciò che l’autore ha chiamato il fondamentale: «il rapporto dell’uomo con l’amore, con la morte, con il suo paesaggio, col cielo, col mare».

Gianluca Picconi
Corrado Ramella

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