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L'articolo che segue è stato pubblicato su "Il Fanfulla", giornale tradizionale della Comunità Italiana in Brasile (fondato nel 1912), il 21 luglio 2001. Lo abbiamo ricevuto quest'anno e quindi lo mettiamo in questa sezione.

Omaggio di un Ligure Ponentino
a Francesco Biamonti

Credo che nessuno, come Francesco Biamonti, abbia saputo dipingere e musicare con le parole la mia terra, nella poesia delle descrizioni e nella vitalità teatrale dei dialoghi dei suoi libri, nei quali le immagini conquistano la mente e la dispongono all'ascolto dell'armonia che esse compongono.

Lo ho rivisto dopo anni a Bordighera, è sceso dal suo rifugio di San Biagio della Cima per la presentazione del mio libro La persistenza della memoria. La mia modestia mi fa pensare che lo abbia fatto più per affetto verso Corrado Ramella, il proprietario della libreria Amico Libro che mi ospitava, che per riguardo a me. Il giorno dopo abbiamo cenato nella piazzetta del Paese Vecchio che gli piace, dove ogni suo arrivo è accolto con riverente simpatia, direi gratitudine, da proprietario e camerieri del ristorante che prende il nome da Magiargè, la mitica eroina locale.

Francesco Biamonti è uomo di lunghi silenzi difficili, suscita rispettosa inquietudine letteraria e dialettica, non so se mi spiego, soprattutto quando i suoi occhi, dopo aver vagato nel nulla o nel suo intimo, volgono lentamente il loro calmo sguardo marino sull'ínterlocutore. Quella sera ricordò che l'ultima volta in cui cenammo insieme, io parlai di me stesso con facilità. Ahimè, la frase l'ho sofferta, chiacchierone quale sono, di fronte a chi non ha bisogno di dire più di quanto scrive.

I suoi libri sono ognuno un'opera finita anche se lasciano sospesi nel lettore i sentimenti e le sensazioni del bisogno di saperne di più dei personaggi, dei paesaggi, dello scrittore stesso, della nostra terra, della quale, in fondo, la maggioranza di noi ponentini sa ben poco. Ma i furesti che intervengono nel racconto - e quelli reali - sono affascinati dal mare e dalle valli e montagne che sembrano nascere dalle sue onde. Un mondo pietroso e esotico, quieto e tempestoso, arido e fiorito, luminoso e fosco, decadente e eterno, misterioso di indefinibile e resistente autenticità.

Francesco Biamonti ne è il rivelatore, anche a noi che siamo di lì, poichè ce ne fa scoprire l'intimità e l'essenza, soprattutto atraverso il suo modo di offrircene il paesaggio. Dice, in un'intervista, che si parla del paesaggio per parlare di se stessi senza farlo. Dice anche che il paesaggio è il rifugio di chi non vuole odiare proprio tutto, e avrà le sue ragioni, ma dai suoi bricchi nessuno lo smuove, il suo villaggio lo circonda come l'aura la luce.

Perchè Francesco è di lì, e di lì sono i colori, le immagini, le piante e le pietre nei suoi libri, e i muri a secco delle terrazze che l'incuria fa prima gonfiare e poi franare - i maijei de nosce fasce - e gli ulivi ritorti nella sofferenza dell'abbandono dipinti da Truzzi, che fanno nostalgico il suo scrivere. Forse la definizione dell'opera di Francesco Biamonti è proprio il suo essere di lì e ció malgrado universale, poichè chi conosce il proprio mondo, lo ascolta, lo osserva, lo descrive come fa Biamonti, sa immaginare l'universo. Suscita in me molta pena chi si illude di essere libero e aperto al mondo e non si accorge di essere invece costretto e rinchiuso in un vocabolario specialisticamente primario, vittima della presuntuosa valorizzazione della sua precaria globalizzata e monetizzata cultura.

Biamonti conosce gli esseri umani e li traduce in parole precise o in metafore, mascherando o rivelando le loro verità secondo la generosità, misura o aridità del ruolo di ognuno. Ma essi sono sempre avvolti nell'ambiente che ne illumina la personalità, le parole e i gesti, nell'alternanza dei dialoghi e delle descrizioni liriche, che legano chi legge alla costante realtà letteraria della sua fabula.

Leggere L'Angelo di Avrigue, Vento Largo, Attesa sul Mare e il suo ultimo, Le parole la notte, ha riaffermato, a me che no sono lontano, le mie radici, Francesco mi ha anche spinto, senza dirmelo, a rileggere René Char, che conoscevo poco e male - e, confesso, mi aveva sconcertato - e La casa degli altri di Silvio d'Arzo. Ad assimilare la composizione poetica improbabile e inquietante dell'uno e la ricchissima lineare chiarezza dall'altro, ambedue a fare poesia e letteratura nuove e sublimi. Due maniere emozionanti di scrivere che accompagnano, eventualmente da lontano, il suo mestiere di splendido scrittore.

Nei suoi libri appaiono - ma solo accennate, a volte sottintese, in modo da non renderle banali, televisive - anche la brutalità umana, la guerra, l'emigrazione clandestina, la violenza razziale, la miseria, e coloro che ne sono vittima. Quelli che René Char definisce Le nombre, Il numero, che pronunciano parole che gli rimangono nel canto degli occhi; percorrono strade dove le case per loro restano chiuse; accendono a volte lampade il cui chiarore provoca lagrime nei loro occhi; non sono mai contati, sono troppi! Sono l'equivalente dei libri dei quali si è perduta la chiave. Pensando ad essi, concludo questo breve omaggio a Francesco Biamonti con una frase di coraggiosa speranza, tratta da una sua critica ad un quadro di Morlotti, i cactus, esaltando il loro carattere finito e limitato, ma in piedi, simbolo di sforzo naturale per esistere malgrado il deserto.

Mario Lorenzi
San Paolo del Brasile, 2004

 

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