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TRA CÉZANNE E DOSTOEVSKIJ
IL ROMANZO INCOMPIUTO
DI FRANCESCO BIAMONTI

Leggendo l’ultimo lascito letterario postumo di Francesco Biamonti, Il silenzio (Einaudi, 2003), la prima sensazione è di rammarico per un lavoro non compiuto. I due capitoli raccolti in questo volumetto, l’inizio d’un nuovo romanzo, coprivano solo ventinove cartelle, e possono soltanto dare l’idea d’un progetto non portato a termine.
Biamonti diceva di volere, con il nuovo libro, compiere una svolta rispetto alla tetralogia precedente che considerava in qualche modo conclusa (L’angelo di Avrigue, Vento largo, Attesa sul mare, Le parole la notte: tutti pubblicati da Einaudi a partire dal primo, scoperto da Italo Calvino, apparso nel 1983). Voleva stare più a ridosso di cose e personaggi (visti sartrianamente “in situazione”) e lavorare di più sulla trama. “Vorrei fare un grande libro con molte generazioni a confronto, in modo da dare una visione poliedrica del mondo – dichiarava nel 1998 in un’intervista a ridosso dell’ultimo romanzo e compresa in questo volumetto einaudiano. – Sto pensando a un personaggio che vive in una cieca nebbia, come vivono oggi i giovani e a un altro personaggio che contempla le rovine del mondo. Uno che sa il passato e uno che non sa niente”. Lo sfondo sarebbe stato il solito: il ponente ligure con un ampliamento però verso Genova da un lato e Marsiglia dall’altro (ma frequenti anche prima erano gli sconfinamenti narrativi in Francia, paese che amava e nel quale il suo lavoro era ed è amato). Dichiarava poi di voler cambiare di segno alla natura, vista finora come unica consolazione: nessuna “nostalgia” più possibile, nell’incupirsi della visione del mondo di Biamonti. Anche se in un’altra intervista successiva egli correggeva parzialmente il tiro: “il paesaggio diventa coscientemente consolatorio, ma in maniera indiretta”; andava cioè leopardianamente intensificata la riflessione sulla natura, intesa “non come spettacolo diretto ma come meditazione sugli aspetti della vita”. Da un lato, per il paesaggio viene menzionato Cézanne, dall’altro, per l’onestà della scrittura, come “maestro di stile”, Hemingway, il quale poi, ricordiamolo, fin da giovane proclamava di voler scrivere come Cézanne dipingeva.

Questi gli intenti. Nelle pagine che ci sono arrivate ritroviamo la grana della voce di Biamonti, nella quale le caratteristiche del paesaggio si fanno ritmo e sostanza della scrittura, di una scrittura per alcuni aspetti scarna, per altri d’un’eleganza che ne fa prosa lirica, sempre però estremamente misurata e senza sbavature. Leggiamo allora di “trine d’ombra dell’uliveto”, di “gioioso fango”, di un “mare [che] di là dai dirupi tentava il fiabesco”, e così via. Ombra e luce si alternano sia in cielo che sul mare. Ma a Liguria di Biamonti è una regione contesa fra mare e terra, un luogo nel quale trovano spazio, compenetrandosi, i quattro elementi primari, acqua aria terra fuoco: se già nella prima pagina leggiamo di fiori che “amano avere le radici nell’acqua e la testa nel sole”, poco dopo leggiamo di “una fame di terra”. E una frase compendia tutto: “Adesso che silenzio. Ma che sere! Che melodie! Grumo di tenerezza: pastore, cane e capre, avvolti dal vento che saliva dal mare”. Ma sullo sfondo di questa natura, fatta di dolcezze, di colori pastello, di argenti d’ulivo e ori di querce, nonché di asprezze di rocce, si svolge una storia dei nostri tempi. È in fondo questa stessa natura a essere aggredita (come negli altri romanzi), assediata dai fasti e nefasti della modernità. In essa si muove Edoardo, tipico anti-eroe biamontiano, suo malgrado a lungo marinaio (contagiato dalla “malattia del ferro” delle navi), ma amorosamente legato ai suoi ulivi, che incontra una donna bellissima, Lisa, (di una bellezza “da portare un uomo alle soglie di un mondo in cui non si poteva entrare”), legata a un terrorista rosso ucciso dai suoi compagni perché voleva dissociarsi, e amica di un’altra donna, Hélène, caduta nell’anoressia in seguito alle preoccupazioni per il proprio uomo drogato. Qui, nello spazio di poche pagine, Biamonti getta una manciata di personaggi e tematiche che sarebbero dovuti entrare nella trama del libro a venire. Lisa chiede a Edoardo: “Ti pare giusto morire per un’ideologia al tempo della sua morte?”, e lui risponde: Ma non c’è più tempo per nessuna fede”. Nelle intenzioni il romanzo sarebbe dovuto essere anche un libro sulle ideologie. Sempre in un’intervista Biamonti dichiarava a proposito del libro in fieri: “Cerco di raccontare i disastri delle ideologie morenti, lo considero un po’ dostoevskijano. Le donne, che nei miei libri hanno avuto sempre un ruolo importante, qui diventano protagoniste. Ritorna ancora la figura dell’intellettuale che, cercando di non farsi notare, inavvertitamente comprende il senso di questo tramonto delle ideologie”. Dunque, un conte philosophique che assegna alla letteratura una funzione di conoscenza, di una conoscenza mai fino in fondo attinta, se con essa gareggia la suggestione di un altrettanto filosofico silenzio, visto quant’è “difficile un equilibrio di parole” che tenga in piedi noi e il mondo, noi nel mondo. Lisa, alla fine, spogliandosi “davanti a vetri carichi di silenzio”, dopo aver trascinato il riottoso Edoardo in un club privato dove si pratica lo scambio di coppia non chiede forse, “Perché non mi hai fermato?” Segno di debolezza del vivere ma anche stupenda chiusa che fa del frammento di un romanzo incompiuto uno splendido e perfetto e compiuto racconto.

Enzo Rega