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Il Silenzio

E'difficile se non impossibile tracciare delle traiettorie precise, sicure in un libro che Biamonti, per l'aggravarsi della malattia e per la conseguente dipartita, non è riuscito a portare a termine. Tracce e, talvolta, segmenti di percorso sono ben visibili ma non portano molto lontano; l'impressione è che il progetto ci sia tutto, chiaro e definito, nella mente dello scrittore sanbiagino, ma che egli non abbia avuto il tempo di portarlo a termine, anche per le difficoltà da lui incontrate, e candidamente confessate, nell'intervista a Manuela Camponovo, nel dover fare a meno delle sigarette. Cerchiamo, quindi, di muoverci con cautela nella disamina del libro senza la presunzione di vedere ciò che non c'è e non ci può essere; sostenere, ad esempio, che si tratti di un "raccontino" perfettamente concluso o volutamente sospeso, mi sembra una forzatura e la presenza, nel manoscritto, di più varianti alternative, in attesa di una scelta definitiva, lo conferma in maniera chiara e inequivocabile.

L'ambientazione è quella solita: l'estremo lembo della Riviera di Ponente, con quella vegetazione mediterranea a lui così cara ma questa volta più fragile e dolente, penso a quell'angelica, imperlata di freddo ad ottobre inoltrato, proprio all'inizio del racconto. Un paesaggio, quindi, suggestivo ma funereo. I personaggi, invece, sono diversi o almeno sembrano tali, più scavati e sfaccettati; le donne, inoltre, per esplicita ammissione di Biamonti diventano, con la loro bellezza, ("... sembrano discese da una pala d'altare") protagoniste di un mondo al quale non è possibile accedere "inesplorato e chiaro come un fiore di montagna". Un paradiso perduto, dal quale l'uomo è stato irrimediabilmente cacciato, meglio ancora un pianeta proibito, misterioso ed impenetrabile, che affascina e sgomenta al tempo stesso. Il libro, contrariamente ai precedenti, si apre non su immagini di dolore o di morte, ma su un quadro di delicata suggestione "Una donna sedeva tra le angeliche".

Ciò non toglie, però, che la poetica delle rovine torni ad affacciarsi subito dopo nella topografia "cose distrutte, in via d'estinzione, questa terra si è salvata solo dove è molto ripida..." e nella prosopografia ".. .Luca, faccia devastata..." "Helene era stata ricoverata: da troppi giorni non toccava cibo, voleva smettere di vivere".

Anche la morte, presente in tutti romanzi di Biamonti e oggetto di assidue riflessioni, occupa in queste ventinove pagine un posto di rilievo. Ne parla Luca, quando accenna alla nave, carica più a prua che a poppa, richiamandoci in questo modo alla mente il primo romanzo "L'Angelo di Avrigue", dove sempre nella piazza del paese si era parlato della morte, forse per esorcizzarla, come di un landò di lusso. Torna nei discorsi di Lisa quando fa riferimento al marito, terrorista, morto per un'idea perdente in partenza e si fa drammatica, in tutta la sua terribile urgenza nel desiderio di autodistruzione del marito di Helene, consumato dalla droga.

Questo motivo ci richiama alla mente, ancora una volta, il primo romanzo di Francesco, dove frotte di giovani "andavano al macero compiaciute" tramite assunzione di droga; del resto anche il protagonista maschile che, in un primo tempo si chiamava Gregorio, sembra ricondurci al marinaio di "L'Angelo di Avrigue"; entrambi soffrono il mal del ferro ma in Edoardo, il protagonista di "Il Silenzio" il mal di ferro non è più il malessere trasmesso dalle lamiere bensì un inganno, meglio ancora un alibi per nascondere a se stessi la triste scoperta del vero volto dell'avventura "arido e anche peggio".

Sembra che quella condizione erratica dell'uomo, desideroso sempre di un altrove e destinato, per superare i propri limiti, ad attraversare confini non necessariamente storico-geografici ma anche e soprattutto metafisici ed esistenziali, in questo libro non abbia più spazio. Edoardo a questo punto diventa non solo omonimo ma pure fratello spirituale del protagonista di "Attesa sul mare", che nel momento stesso in cui si era reso conto che "L'angelo del male planava anche sul mare" aveva capito, con profonda tristezza, che "Il mare non riusciva più a purificare i cuori" anticipando il desiderio di Leonardo ("Le parole la notte") di "amalgamarsi alla terra", non a caso egli dice: "...avrei voluto una vita senza partenze: calpestare sempre lo stesso suolo".

In questo libro torna la paura del passato, dei ricordi che la polvere del tempo solleva accecandoci, ma anche il presente risulta sfuggente, precario, inafferrabile ed il futuro, più che incerto e nebuloso, appare del tutto improbabile; troppo corposa ed incombente è la morte che si manifesta attraverso il profumo funereo dell'iris, l'acre, penetrante odore dell'ospedale, che riflette probabilmente l'esperienza vissuta da Biamonti durante la malattia, la visione di "una fulva agonia di foglie" ma anche attraverso una concezione del sesso per nulla vitale e gioioso ma cupa e mortuaria. La scena conclusiva nel locale trasgressivo di Nizza rimanda, fatte le debite proporzioni, alla festa in maschera dell'ultimo film di Kubrick "Eyes wide shut" dove il sesso è regolato da un rituale marmoreo e funebre.

A livello, invece, più specificamente stilistico Biamonti conserva il suo linguaggio prosciugato, essenziale e la preferenza per quei dialoghi scorciati e reticenti che dimostrano l'impossibilità di comunicare e condannano l'uomo alla solitudine e al solipsismo.

Per concludere non credo che si possa parlare, come spesso si fa in questi casi, di testamento spirituale, almeno gli elementi che possediamo non consentono una definizione del genere, forse se avesse potuto terminarla ci saremmo trovati tra le mani un'opera definitiva, rinnovata ed accresciuta negli stilemi e nei motivi (conflitto tra le generazioni; crollo delle ideologie e "veleni sparsi dalle fedi morenti"), specchio di una visione del mondo sempre più dolorosa e negativa; così come ci è giunta, invece, è un florilegio di figure, temi, situazioni dell'immaginario, umano ed artistico di Biamonti, che conferma la qualità altissima della sua scrittura e non può non accrescere il rammarico per la sua scomparsa prematura...ed è sufficiente il brano che segue per rendersene conto: "Adesso c'era silenzio. Ma che sere! Che melodie! Grumo di tenerezza: pastore, cane e capre, avvolti dal vento che saliva dal mare. Mano del pastore sulla testa del cane, e muso del cane sulle ginocchia del pastore. Suonava per lui e per il suo cane, tra l'indifferenza delle capre. Adesso c'era silenzio e nulla su cui sperare".

Francesco Improta
Ventimiglia 31 Marzo 2003

 

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