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Convegno
FRANCESCO BIAMONTI, le parole il silenzio
Tavola rotonda del 18/10/2003

Intervento di Marco Grassano
amico di Francesco

Per lavoro non mi occupo di letteratura, per cui parlare dopo una serie di relatori così illustri mi fa sentire un po’ come un ladrone in mezzo a tanti Cristi. Ma spero che quello che Borges, citando a sua volta, definiva le vice impuni de la lecture mi assista nell’elaborare gli spunti di riflessione che vorrei proporre, derivanti da quanto ho potuto ascoltare, peraltro con estremo interesse, in que-sti giorni.

Giovedì pomeriggio, all’inizio del convegno, qualcuno – non ricordo esattamente chi – ha parlato di una “ricerca della spiritualità” in Biamonti. La scorsa primavera, ad Alessandria, ho assistito ad una conferenza sul tema “Pavese e la ricerca dell’assoluto”, tenuta da Agostino Pietrasanta e moderata da Davide Sandalo (entrambi ben noti, credo, sia al Prof. Gioanola che al Prof. Contorbia). In quella sede, il Prof Pietrasanta, partendo da alcune pagine di La casa in collina (romanzo breve non a caso inserito in un dittico dal titolo evangelico Prima che il gallo canti) e da una delle ultime, celebri frasi del Mestiere di vivere (“O Tu, abbi pietà. E poi?”), ipotizzava – magari con qualche forzatura - un avvicinamento alla religiosità dell’ultimo Pavese. Francesco Biamonti era senza dubbio un laico integrale, ma nella sua opera, o nei suoi interventi “pubblici”, nel corso di dibattiti e interviste, si trovano non pochi cenni biblici o riferimenti alla patristica. “Io sarò come rugiada per Israele, ed ei fiorirà come il giglio” cita - dal profeta Osea - Helène ne Il Silenzio (credo si tratti della bella versione seicentesca del Diodati). In Attesa sul mare al primo ufficiale è affidata la seguente battuta di dialogo: “Tutti i fiumi vanno al mare, e il mare non è mai pieno”, che è una delle sentenze più celebri del Qohélet-Ecclesiaste. Il Prof. Surdich ha ricordato una frase che Francesco ripeteva spesso, anche di fronte agli industriali del Premio Campiello: “L’uomo di oggi ha alle spalle il nulla e di fronte l’abisso”, e a me torna alla memoria una citazione di Sant’Agostino nella lunga intervista biamontiana rilasciata a France Culture: “Abyssus abyssum vocat”. Curiosamente, anche il titolo del libro che Jacqueline Risset ha segnalato come assai affine alla scrittura di Francesco, Une voix de fin silence di Roger Laporte, è, a mio avviso, una citazione biblica, ed in particolare dal Primo Libro dei Re, dove si dice (19,12) che Yahveh apparve sul monte Oreb ad Elia sotto forma di “una voce di silenzio sottile” (traduzione di Gianfranco Ravasi). Ecco, allora, che questi riferimenti mi sembrano andare - con finalità esclusivamente letterarie, e non “spiritualistiche” - da un lato verso la ricerca di conferme ad una visione negativa del mondo - la “vanitas vanitatum” dell’Ecclesiaste (che è poi “l’infinita vanità del tutto” di leopardiana memoria) - e dall’altro, come avviene per Erri De Luca, verso una lezione di stile che può derivare dall’essenzialità della dizione, dall’efficacia delle immagini di certe pagine bibliche (dalla “fisicità di questa lingua” direbbe De Luca, la cui scrittura – si pensi a Tre cavalli – è anch’essa un lavoro di “sottrazione”, di “addensamento” della prosa…).

Un altro spunto è quello del rapporto col paesaggio. Nella bella intervista a Paola Mallone, Biamonti dice: “Il paesaggio è una compensazione a altre frustrazioni, per non odiare proprio tutto”. Credo che questo concetto derivi dalle Fantasticherie del passeggiatore solitario di Jean Jacques Rousseau, ed in particolare dalla Quinta passeggiata, dove l’autore, dopo essersi abbandonato nel resto del libro a lamentazioni vagamente paranoiche sulla cattiveria dell’umanità intera, descrive la serena bellezza del lago di Bienne e le sensazioni che lui vi prova, ed aggiunge: “Un disgraziato che è stato isolato dalla società degli uomini e che quaggiù non può far nulla di utile e buono per gli altri e per sé, può trovare in questo stato delle compensazioni alla felicità umana di cui il caso e gli uomini non lo potranno privare. È vero che queste compensazioni non possono essere provate da tutti gli animi in tutte le situazioni. Ci vuole una certa predisposizione da parte di colui che le prova, e ci vuole il concorso degli oggetti circostanti” (il corsivo è mio). Nella conferenza su Pavese cui ho fatto cenno prima, il Prof. Pietrasanta, a una mia domanda in proposito, ha risposto che il paesaggio in Pavese è, più che una “compensazione”, una “sostituzione” di matrice simbolista (il paesaggio che “sostituisce” e “rappresenta” la vita). Ma c’è un altro grande scrittore piemontese in cui il paesaggio emerge con forza, e lo ha citato prima, in modo estremamente puntuale, il prof. Croce: Beppe Fenoglio, che tra l’altro, curiosamente, ha pubblicato il suo primo racconto, Il trucco, con lo pseudonimo di Giovanni Federico Biamonti. Personalmente, avverto un’affinità maggiore tra Biamonti e Fenoglio che non tra Biamonti e Pavese, sia per lo sforzo continuo della tensione stilistica (Giorgio Ficara e Dalia Oggero ci hanno mostrato come Francesco, mai soddisfatto, scrivesse e ri-scrivesse gli stessi brani, e Fenoglio confessava in una lettera a Calvino: “La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti”), sia per l’insostituibilità del paesaggio nell’economia narrativa delle opere di entrambi. Come ha ben rilevato il Prof. Croce, i libri di Biamonti senza i paesaggi non “reggono” (perché le frasi si fanno troppo “sentenziose”, troppo “apocalittiche”; ma, d’altronde, neppure le descrizioni paesaggistiche mantengono il loro vigore senza i dialoghi e le riflessioni dei personaggi), e nei libri partigiani di Fenoglio – i più belli - il paesaggio rappresenta per i personaggi il pericolo e al contempo la salvezza dal pericolo. Effettivamente, i protagonisti di tutti e tre i “grandi libri” di Fenoglio (Primavera di bellezza, Il partigiano Johnny e soprattutto Una questione privata, a mio avviso il più “biamontiano” per efficacia stilistica ed equilibrio fra descrizioni e narrazione) muoiono in battaglia, ma si tratta per loro di una morte “necessaria”, quasi serena, come se sapessero di non poter più vivere al di fuori di quei paesaggi diventati parte essenziale di se stessi (e le poche pagine che lo scrittore albese ha dedicato ai resistenti tornati alla vita “normale” di città - La paga del sabato, per esempio - ci mostrano figure disadattate, insoddisfatte, quasi emarginate).

Terza riflessione: la poeticità della scrittura, ossia la presenza, nei romanzi biamontiani, di elementi ritmici e di figure retoriche della lirica “in versi”. Le seconde sono state ben analizzate da Paolo Zublena. Per quanto concerne i primi, invece, a me è rimasto in mente un brano autografo di Francesco rinvenuto dalla Dott.ssa Mara Pardini nel carteggio Biamonti, e nel quale tra l’altro si legge: “La grande prosa ha sempre una cadenza poetica. Quasi tutti i Promessi sposi possono essere scanditi in endecasillabi”. Anche Lalla Romano – per fare il nome di un’autrice più volte citata in queste giornate di studio - ha testi che già nel titolo (La penombra che abbiamo attraversato) sono endecasillabi. Ma leggendo Biamonti si riscontra lo stesso fenomeno: stamattina, per esempio, la Prof.ssa Costa citava una battuta di dialogo di Le parole la notte, “La mia casa ha delle pietre che è impossibile lasciare”, costituita da due ottonari perfetti. Ora, l’ottonario è il verso più diffuso nella poesia iberica. Il primo accostamento che viene in mente è con La canzone dell’esilio del poeta brasiliano Gonçalves Dias, tradotta da Ungaretti (e minuziosamente analizzata da Cesare Segre nel suo Le strutture e il tempo, Einaudi): “La mia terra ha delle palme / dove canta il sabià”. Tutto di ottonari è composto uno dei più bei libri di García Lorca, il Romancero gitano, ed è in ottonari che Machado descrive “l’austera Castiglia” del suo racconto lirico La tierra de Alvargonzález. La Dott.ssa Mallone ci ha mostrato ieri come questi due ultimi poeti fossero tra quelli letti e annotati (e citati, vorrei aggiungere, in interviste televisive e giornalistiche) da Biamonti. Avrei voluto auspicare uno studio diffuso sui versi “dissimulati” nella prosa di Francesco, ma il Prof. Cavallini mi ha informato di aver già svolto il lavoro, preparando un saggio di prossima uscita su una rivista romana.

Una breve notazione linguistica. Abbiamo visto, col prof. Zublena, come Biamonti ricorra a dialettalismi, a preziosismi, a francesismi e a prestiti vari in funzione dell’effetto di scrittura che vuole ottenere. Vi sono, però, alcuni punti che mi lasciano dubbioso. “Opaco”, “aprico” e “margo” sono indubbiamente termini della Liguria occidentale (in una delle continue passeggiate dei personaggi biamontiani ci imbattiamo in “un uomo seduto sul margo”), ma io non posso fare a meno di pensare al Leopardi dell’Ultimo canto di Saffo: “a me non ride / l’aprico margo, e dall’eterea porta / il mattutino albor…”. Quanto ha contato il dialetto, e quanto invece l’amatissimo Leopardi, nella scelta di questi vocaboli? Un Leopardi presente un po’ dovunque, nei libri di Francesco, anche in espressioni apparentemente anodine come il “Bella notte” detto da Sabèl in Vento largo e che non è altro che l’incipit del Dialogo di Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez nelle Operette morali. Vi sono poi francesismi non giustificati dal contesto e non miranti ad alcun effetto particolare, come “il mare era un clavier di barbagli” di Vento largo, ove “clavier” vale “tastiera” e avrebbe potuto benissimo comparire in tale forma senza alterare minimamente il contesto. Ma forse per i francesismi di Biamonti vale quello che si è già detto (si veda soprattutto l’approfonditissimo studio di Dante Isella) per gli anglicismi fenogliani: la vera lingua madre era rappresentata dal dialetto, mentre la lingua straniera è stata quella della formazione letteraria prevalente, quella che ha dischiuso universi culturali ben più ampi dell’angusto orizzonte - fascista e dell’immediato dopoguerra - di casa nostra (si ricordi che Biamonti è nato solo sei anni dopo Fenoglio). Per entrambi poteva quindi risultare a volte psicologicamente più “spontaneo”, più “naturale” ricorrere a questa lingua che non all’italiano.

Una piccola ipotesi sulle influenze letterarie che possono aver agito su Biamonti. Si sono sentite citare ripetutamente, da più relatori, due battute di Attesa sul mare, quella del nonno del protagonista che, in punto di morte, saputo che era sabato, conclude “Allora sarà sabato per sempre”, e quella del contadino che ricorda la donna lasciata a Tolone e dice “Per me avrà sempre ventidue anni”. Mi viene in mente, di primo acchito, la chiusura dell’Enrico IV di Pirandello, ove il protagonista dice: “Pazzo, ora sì, per forza, qua insieme… per sempre!”. Gli echi o le consonanze verbali (almeno in uno scrittore che ne ha letti molti altri) non sono mai, a mio avviso, casuali: e allora è forse possibile che con quelle frasi Biamonti volesse dare una caratterizzazione in qualche modo pirandelliana ai personaggi che le pronunciano. Il Prof. Contorbia ha poi citato, tra i riferimenti del Biamonti critico d’arte, il grande Francesco Arcangeli. D’altronde, il Prof. Conrieri ci ha mostrato la stretta correlazione, anche linguistica, che sussiste tra il Biamonti critico e il Biamonti romanziere. Vale allora la pena portare un piccolo esempio a dimostrazione di come Biamonti avesse caro anche Roberto Longhi, maestro di Arcangeli e sommo prosatore del nostro Novecento: il Corbières morente che, in Le parole la notte, “pensava ad un altrove senza luce e senz’ombra” richiama in maniera assai evidente il Dialogo di Caravaggio e Tiepolo di Longhi, che comincia appunto “Eccoti in questi Campi (Elisi: n.d.r.) senza luce e senza ombra, che io detesto”.

A conclusione, un brevissimo cenno sulla tecnica di elaborazione del materiale narrativo. Giorgio Bertone ci ha riferito di come Joyce, a differenza dei romanzieri della tradizione naturalistica (se lo scrittore ottocentesco, ad esempio, vedeva, uscendo di casa, un cascinale, poi lo inseriva nel suo libro), non utilizzasse simili “effetti di reale” nell’Ulisse. A dire il vero, il dublinese, per scrivere il “maledetto romanzaccio” (così lo definiva, in italiano), si era procurato cartoline, biglietti dell’omnibus, giornali dell’epoca in modo da far filtrare nella coscienza di Bloom una serie di particolari il più possibile corrispondenti al vero. Biamonti invece lavorava in tutt’altro modo: i paesi che fanno da sfondo alle sue storie sono una vera e propria contaminatio tra elementi di villaggi diversi, un collage tra parti di realtà che, rielaborate, creano una geografia nuova, un po’ come avviene nei meccanismi onirici analizzati da Freud, che Francesco aveva letto a fondo (ricordo, nel marzo 2001, una sua rigorosissima interpretazione freudiana del “caso Di Nardo” di Novi Ligure). E, a questo proposito, non dimentichiamo quanto lui stesso aveva dichiarato in un’intervista al supplemento culturale del giornale catalano Avui nel dicembre 2000: “La Liguria dei miei libri è in parte reale e in parte un sogno”.

 

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