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Gabbiani intonacati d'aria

C’è un debito che ci vincola a Biamonti, alla sua scrittura: una lezione profonda di rigore e purezza, un’ascesi e una estetica della rinuncia che si presenta come fondamentalmente inattuale – ma nel senso che a questo termine dà Nietzsche. Moderno, moderno nell’epoca del post-moderno, Biamonti ha praticato una letteratura senza concessioni alle mode, scrivendo tra le più belle storie del secondo Novecento italiano, in linea con altri maestri, come Silvio D’Arzo. Appartato, solitario: “amo solo chi vive nascosto”, si è affacciato alla notorietà non con timidezza – sarebbe un grossolano errore il crederlo –: con chiara e sicura coscienza dei propri mezzi, come solo un grande maestro si può permettere. Ma, anche, con un estremo, antico pudore; ed è questa forse la cifra che meglio contraddistingue la sua scrittura. Tra tutte le immagini, tra domande e risposte, tra le battute dei dialoghi, non solo la cosciente pratica di una letteratura “misurata” e parca, non solo l’adozione di uno stile semplice come unica possibile onestà, ma anche questo pudore, che ha il suo pendant retorico nell’ellissi, e che determina un’attitudine correttoria tutta in levare.

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Nell’ultimo, bellissimo libro, Le parole la notte (sparisce anche la virgola in questo titolo, come se avesse potuto introdurre un’eccessiva enfasi), è lentissimo e faticoso il processo con cui il protagonista e Corbières passano dal Lei al Tu. Questo scambio di pronomi, metafora anche, a suo modo, della lettura, del rapporto tra autore e lettore, che così bene si rispecchia nella terza persona grammaticale, unica possibile voce per Biamonti – insieme di grado zero, insieme radura, ma che può dare ricetto all’alterità; unica che sola possa dar conto, con ritegno, della nostra condizione assoluta di ostaggi – è la voce di chi si accosta al lettore dandogli del Lei, persuaso che rivolgersi la parola è già un atto di inconsapevole, irrimediabile violenza, rivolgere lo sguardo verso l’altro al contrario un atto di pietas affettuosa; la stessa voce educata che si poteva ritrovare – per chi Biamonti l’ha conosciuto – nella sua cortesia e gentilezza, nella sua pazienza.

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Ecco allora che, anche e nonostante le reiterate richieste dello scrittore di non guardare alle sue vicissitudini biografiche, la scrittura e la vita fanno corpo unico, si continuano, e si continuano poi nella fondamentale proposta di impoliticità che è insita nell’analisi della realtà che dai libri di Biamonti traspare. Impolitico in quanto attento alla nuda vita là dove non può ancora dirsi politica, lo sguardo di Biamonti, impolitico coltivatore di mimose, veglia su ciò che senza appartenervi fonda la politica: lo sguardo di Biamonti veglia cioè sullo sguardo stesso, sugli stessi occhi, ed è dunque politico al sommo grado, come un bellissimo articolo di Enrico Fenzi ha illustrato perfettamente. Così, il romanzo-paesaggio di quell’uomo schivo, che non cedeva alla seduzione narcisistica di dire di sé per timore di troppo strillare, di perdere il pudore, è l’organo stesso di una scrittura che nella sua paziente apprensione all’altro, lo lascia parlare, lascia parlare il mondo: “Se tu gridi, il mondo tace”, e “La terra, quando la maschera dell’uomo le si mette sul volto, ha gli occhi squarciati”. Il poema, il libro come una stretta di mano, nella bella e ormai persino trita immagine di Paul Celan, ma anche il libro, lo sguardo che si posa sul paesaggio e il paesaggio che si dà, evento in quanto assolutamente altro, e in quanto tale soffio, vento di morte. In fondo non esiste la natura, la natura avviene (“Intorno agli olivi palpita l’origine”), e in questo suo porgersi all’uomo nuda, non differisce da una rovina: rovina il paese, rovina il paesaggio, perché si offrono, ma già privi di una funzionalità, come altro non inattingibile, frammenti che restano tali, perché nessuno li può completare. V’è dunque una sofferenza primigenia insita nel guardare: scaturisce dall’“irreale intatto nel reale devastato”. Sofferenza, assoluta pazienza di chi guarda, di chi è guardato, pazienza che richiede amici, amici per affrontare il cammino. Pudore, amicizia, pazienza e severità, dunque: “Si deve tornare senza posa all’erosione. Il dolore contro la perfezione”.


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Tutte qualità che solo un elemento possiede: l’aria. Quella stessa aria che Biamonti nei suoi libri non ha mai scordato, che leviga le sue pagine come pietre di mare, che ci richiama ai dati ineluttabili del vivere, che ci fa comunità: “Veniva scuro, tornavano i gabbiani dalle rumentiere. Intonacati d’aria andavano al mare ancora marmoreo come a un letto di pace”. Questo esige la lettura dei suoi libri, questo debito d’amicizia di fronte al mare e di fronte alla morte, ai gabbiani che l’annunciano, questa necessità di comunità, la comunità di coloro – tutti noi, come lui – che non hanno riparo né voce – per questo parlano, per questo scrivono.
GIANLUCA PICCONI

da LA GAZZETTA DI SAN BIAGIO
ottobre 2002

 

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