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Un mondo alla deriva

E’ trascorso un anno dalla scomparsa di Francesco Biamonti e la critica, troppo spesso distratta e malevola, non gli ha riservato i riconoscimenti e i consensi che avrebbe meritato. Francesco, del resto, è stato un personaggio scomodo non solo perché ha cercato in tutti i modi di salvaguardare dall’avanzata impietosa dello sviluppo tecnologico e dell’omologazione culturale usanze e valori tradizionali (penso all’accorato appello in favore delle case di pietra, e più in generale dei paesi, semi abbandonati e diroccati, dell’entroterra ligure) o perché non ha mai frequentato i corridoi del “palazzo” e i salotti televisivi ma anche, e soprattutto, perché con lo splendore inarrivabile della sua arte ha costretto la maggior parte degli scrittori italiani a specchiarsi nel grigiore e nella mediocrità delle loro opere.

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I quattro romanzi da lui scritti (“L’angelo di Avrigue”, “Vento largo”, “Attesa sul mare” e “Le parole la notte”) sono ambientati, tutti, nell’estremo lembo della Riviera di Ponente, in un paesaggio roccioso, scosceso, di memoria dantesca che consente più spostamenti verticali che orizzontali, d’ altronde tutta la Liguria, per la sua conformazione geografica, appare come una zattera sospesa tra il cielo e il mare. Un paesaggio del genere favorisce le galoppate della fantasia sentimentale e i soprassalti della memoria involontaria anche se il rapporto di Francesco con la memoria è stato controverso e problematico –nel primo romanzo, Biamonti dice testualmente: “Il passato egli lo fuggiva, ne aveva una penosa impressione solo al pensiero che fosse alle porte”- la memoria, infatti, non sempre è consolatoria anzi, il più delle volte, ci comunica la consapevolezza del franare del tempo e dell’irrecuperabilità delle sensazioni. Questo paesaggio, investito da una luce che rotola a blocchi sulle fasce, non fa da semplice sfondo, da scenario ma finisce col materializzare gli stati d’animo non diversamente da quanto succedeva in Eliot, Valéry e Montale; diventa, in altre parole, quasi un autoritratto come in Cézanne e negli impressionisti; Biamonti parla del paesaggio per parlare di se stesso e della sua visione del mondo. I paesi abbandonati, le case diroccate, le campagne invase dalle erbacce, gli ulivi assediati dai rovi testimoniano uno stato avanzato di degrado, di lenta, inesorabile dissoluzione che non minaccia solo le cose ma anche le coscienze degli uomini sui quali, per giunta, agisce il fluire del tempo con i suoi effetti devastanti. Spazio e tempo sono irrimediabilmente malati ed un senso di vuoto, di precarietà, di morte si respira in tutti i suoi romanzi: dal ritrovamento del cadavere di Jean Pierre nel primo romanzo, passando attraverso la morte del padre di Sabèl in “Vento largo” ed i corpi dei morti nella guerra Serbo-Bosniaca, rimasti insepolti, in “Attesa sul mare” per giungere alla sepoltura delle ceneri di Corbières nell’ultimo romanzo. Su questo panorama di macerie, però, scende, come un balsamo, la pietà di Biamonti, una pietà che viene da lontano, più laica che religiosa che si deposita sulle cose, sugli uomini, sugli animali. Penso a Gregorio che dinanzi al gabbiano arenatosi fra gli speroni di roccia si toglie il berretto, a Leonardo che disfa i lacci per le volpi e le tagliole per gli usignoli, alla solidarietà di Varì e dello stesso Leonardo nei confronti degli extracomunitari che si muovono furtivi sotto quarti di luna e che attraversano la frontiera senza eccessive speranze, consapevoli d’essere, comunque, condannati alla clandestinità o all’emarginazione, braccati dalle forze dell’ordine, da bande di rapinatori e soprattutto da un destino ingrato al quale non sanno e non possono sottrarsi.

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I suoi personaggi maschili, non diversamente da quelli che popolano i romanzi di J. C. Izzo, per molti versi suo fratello spirituale, vivono tutti ai margini della legalità, fuori dalle norme e dalle convenzioni e sono animati dal desiderio di preservare intatta la loro libertà, dalle connotazioni decisamente anarchiche. Passeur, contrabbandieri, marinai senza bussola e senza sestanti s’imbarcano, o sognano di farlo, in avventure dall’esito incerto, nel tentativo di cercare una soluzione, un varco ma finiscono con l’andare alla deriva, in un mare dove si aprono spaventosi crepacci, mentre la terra frana ogni giorno di più. I personaggi femminili, invece, hanno, o almeno così sembra, un ruolo importantissimo nei romanzi di Biamonti: sensuali, materne, talvolta disincantate, forti di una certa, consapevole fragilità, mai volgari neanche quando si abbandonano con frequenza e disinvoltura ad amplessi occasionali, facce di un unico universo che potrebbe farsi carico della salvezza del mondo, se una salvezza fosse possibile e se loro stesse non fossero piene di angosce, fobie ed inquietudini difficili da sanare. Nell’universo descritto da Biamonti non s’intravedono né prospettive né speranze concrete di salvezza. Le ultime pagine di “Le parole la notte” sembrano un bollettino di guerra: “Questo mondo è malato, questa terra è guasta”; “Tutto è bruciato, polveroso, il mare è un pantano”; “E’ tutto un mondo edificato sulle rovine e sui delitti”; “La vita, sorta dall’abisso, nell’abisso ricadeva”. Ci sono in queste parole la consapevolezza di un mondo che sprofonda irrimediabilmente ed il presentimento, forse, del male che lo avrebbe condotto alla morte. Non a caso Francesco, alla vigilia del terzo millennio, ha detto testualmente: “Il secolo si chiude nel disonore e nella vergogna ed il futuro non appare certo migliore”.

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La grande lezione di Biamonti, però, e non poteva essere diversamente trattandosi di uno scrittore di razza e di un autentico poeta, è nello stile, frutto di una ricerca paziente e laboriosa. Ogni pagina, ogni proposizione viene limata, scarnificata, ridotta all’essenziale, ma proprio per questo ogni parola concentra e condensa una serie di connotazioni a livello semantico e di vibrazioni arcane e suggestive a livello espressivo. Le parole non sono più semplici suoni, ma musica, colore, scandagli capaci di cogliere, di percepire le cose nel momento stesso in cui si affacciano alla soglia della coscienza e di restituircene intatta tutta la purezza primigenia. In una società letteraria degradata, in cui la maggior parte degli scrittori galleggia in un mare di banalità, di spazzatura e di volgarità, Biamonti ci ha riconciliato con la bellezza e con la vera Letteratura e di ciò dovremmo essergli perennemente grati.

Francesco Improta

da LA GAZZETTA DI SAN BIAGIO
ottobre 2002

 

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