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Ricordi di spiaggia, cm 40X50, olio su tela 1971 - "IL CONERO", cm 100X100, olio su tela

www.giancarlocazzaniga.it

Antologia critica su Cazzaniga

Una felicità tenera, quasi sempre nel mondo vegetale, dove la vita è ripiegata in calma latenza. Si direbbe che la vita abbia paura ad apparire. O che quando appare si copra di paura, s'impolveri di tormento. Ma com'è che questo tormento stilla dolcezza, ha andamento sognante? Fatto eminen-temente psichico si libera tuttavia d'ogni residuo psicologico? Si rifugia nelle cose per auto-interrogarsi e auto-sognarsi, fino a diventare tesa e malinconica struttura o fantasma fondamentale. Fantasma che permette alla vita di non franare nel silenzio assoluto o nell'altra forma non meno rigida e annichilente ch'è il grido o il segno ieratico. Lo stile lavora, lavora e fa uscire qualcosa dall'opacità e dalla solitudine. Lo spessore si assottiglia, la materia evade come quando un insetto, poniamo, un'immensa farfalla, dalle ali polverose, si pietrifica; e le cose divengono intelaiatura di un paesaggio spirituale, le cui caratteristiche sono una durata nella malinconia, una penetrazione nell'angoscia e in un languido miraggio ch'è il risultato della lunga contemplazione dell'angoscia e della malinconia. Certe altre figure, specie quelle di ordine umano, sono ironiche parvenze, in-corporee per lo stesso procedimento riduttivo a un'estasi angosciosa, per una latenza di vita che si autoannienta. Il sogno vegetale ha più potenza biologica di quello umano oggettivo. Di un'evidenza grandissima è invece quello soggettivo, poiché Cazzaniga è pittore lontano dalla sensazione del "dato". È soggettivista a tal punto che le cose sembrano "dipinte al passato", organizzate secondo la rovina del tempo. L'essere vi si nega come essere, vi si temporalizza per poter esistere e permettere alle cose del mondo l'irradiamento di dolci ossessioni. Dopo la coincidenza, nella ripiegata imma-ginazione artistica, di essere, tempo e nulla (affinché vi sia esistenza occorre che l'essere si nullifi-chi nella temporalità e per i fini dell'essere l'esistente non può che rendersi libero per la morte), molti pittori, legati al mondo della vita, hanno fatto in modo che quest'ultima potesse dolcemente sussistere pur contro l'ombra di una grande crisi. Restando in un normale campo fenomenico e mondano, vietandosi un'incorporea trascendenza ed anche il sotterraneo rifugio onirico, fatti av-vertiti che la pittura è un'arte per eccellenza mondana, hanno colto e fissato i colpi d'ombra nelle membra di un antico paesaggio. Si guardi in Cazzaniga l'indugio malinconico nella contemplazione del male di vivere, la resa senza trasalimenti al fenomeno della tristezza e come brani di mondo scendono inermi nel crepuscolo e come si specchia nei mali, più che nelle risorse strutturali delle cose, il vagheggiamento dell'autore. Né interrogazione intellettuale, né conflitto carnale fra lui e le cose; ma un colloquio intimo, a bassa voce. Non è certo, egli, un massacratore di riflessi, (attitudine di cui pare Baudelaire accusasse Courbet). E perché egli rispetta i riflessi? Per i motivi che mi pare di avere già detto: per assenza di ottimismo e per mancanza di fiducia nelle forzature. Gettato a vivere in una situazione di crisi egli vi si stabilizza e la rende intima. L'ex-sistentia (esser fuori, sporgenza, emergenza) diviene in-sistentia (esser dentro, presenza, intimità). Stillano i suoi oggetti e i suoi paesaggi molti teneri mali risplendenti di albe malinconiche e lasciano intuire che il destino che li attende è triste. Indugiano dolcemente perché l'angelo che li ha visitati è un angelo di nostalgia, ma vi si avviano altrettanto dolcemente perché Cazzaniga non cerca né un loro triste fulgore irradiato nell'eternità del nulla, né un'atavica tensione o durata di materia che li esponga a un naufragio su mari ignoti. Quanti presentimenti, tuttavia, nel loro andamento di ondosa dolcezza! Sulla riduzione o spoliazione della realtà oggettiva, sull'attenuazione del realismo s'inserisce un'immagine di tono basso, che nella persistenza del suo apparire non valica mai certi confini spazio temporali: una nebbia arida si stende a guisa di polvere, con potere vagamente evocativo, formando un filo conduttore nei meandri di una percezione tenera. A volte questa nebbia si dirada e, nel suo dissolversi, ci lascia di fronte a una composizione triste e quasi funebre. Il puro accadimento della tristezza rende nitide le cose, come capita a quei "girasoli", che chinano il capo d'oro terreno nelle grandi foglie rugose già colte dal languore della morte, e a quel "bosco" agitato e mosso come da un vento inquieto in una cornice d'alba fredda di sgomento; le rende nitide e ostacola il corso della nebbia intimamente conversante; la riflessione intima, se resta, cala nelle cose stesse a rianimarne la funebre immobilità isolata e lontana dalla cosmicità fluente. Nell'arte contemporanea ci si imbatte, talvolta, in paesaggi privi di segni simbolici e di esperimenti formali, di una fluidità che ha il potere di ripetersi, di una libertà che nelle sue tappe si rassomiglia, al punto da parere seriale ed ossessiva, ripetutamente del mondo senz'esser veristi, e nella loro fuggevole insistenza non sono niente e vanno a morte per finire e non più ritornare alla loro strana sorte. Nelle architetture eterne, piene di screpolature, si è introdotto il tempo con le verità concrete dell'istante passato, della finitudine e della nostalgia: è l'arte dell'irrazionalismo esistenziale e romantico. Anche l'opera di Cazzaniga si affaccia alla notte dell'esistenza, ma accompagnata da una certa, misurata luce lombarda. Sul suolo e contro il cielo, poche forme larvali, che nessun vento desolato agita, raccolte; ma che, nell'apparire, avvolte dal tono minore delle nebbie, irradiano con malinconia la loro purezza precaria. La visione intima ed esistenziale di Cazzaniga si concreta ora in spettacoli naturali, ora in composizioni da lui predisposte fra le pareti dello studio, ora in pittura, ora in incisione. Così grande è nella sua opera il rispetto delle cose, ch'egli si direbbe, a prima vista, uno di quegli artisti che credono all'immagina-zione della materia. Ma la materia non ha un'immaginazione, ha mille immaginazioni, cioè nessuna. Se c'è uno scrittore legato al caos materico, questi è Faulkner; ma chi non ricorda le parole di una giovane donna viziosa alla vista delle mani, forse torte in silenzio, della vecchia che le ha stran-golato la figlia: "Delle tue mani non si ricorderà che la gentilezza", e che in un'altra pagina dello stesso autore compare l'immagine di "ramoscelli di mandorlo" per giovani mani cariche di corruzione. Si dirà che Faulkner è un poeta... E i pittori che altro sono? Solo l'ossessione di un orientamento verso la realtà può far parlare di un'immaginazione della materia, e, in questo senso, la formula è giustificata. Ma la verità della pittura sta nel tradurre in operare fantastico una sensibilità segreta. Questa, pur muovendosi secondo degli "a priori", è "agìta" dalla materia esterna, da cui resta tuttavia lontana. In questo senso, Cazzaniga si muove secondo una tradizione lombarda, tradizione di realismo, di rispetto antico della realtà, della realtà come tessuto spirituale velato di malinconia e di leggera ironia, risultato del colloquio fra l'uomo immaginante e la materia intesa anche come storia. Potremmo dunque pur vedere in Cazzaniga un pittore dell'immaginazione della materia, dopo aver precisato che per "immaginazione della materia" s'intende l'immaginazione umana suscitata dal colloquio con la materia. Come farebbero d'altronde, se così non fosse, i fortuiti spettacoli naturali, in cui egli si imbatte, ad essere intessuti nella stessa atmosfera degli "interni" da lui predisposti; e ad esser retti gli uni e gli altri da una stessa visione in materici quadri e in scarne incisioni, i cui solchi devono suggerire proprio uno scomparso tessuto carnale? Nelle incisioni si acutizza, rispetto ai quadri, la caratteristica nostalgia di Cazzaniga poiché parte del mondo, che raccoglie i suoi affetti, sembra calata in un'implacabile clessidra notturna. Sospetto che questo sia un poco il destino di tutte le incisioni se, come dice Bachelard, esse rappresentano "l'improvvisa evidenza di un'astratta danza macabra". Di scheletri, appunto, che, come le statue di Giacometti, vibrano di nostalgia per tutti i loro sogni assenti. Ma forse le incisioni di Cazzaniga sono solo un ipnotico rovesciamento della vita, ossessione del mondo che svanisce: strani segni costretti ad evocare il gentile desiderio della presenza del mondo facendone scintillare l'assenza.

1970
Questi ulivi serrati dal cielo, questi costoni cespugliosi, queste rive distese sotto le rocce sono frammenti di un paesaggio a cui tendono le forze della malinconia. Ricavati dai vagabondaggi che Cazzaniga compie negli entroterra di Liguria e sulle rive dell'Atlantico hanno qualcosa di fragile e di persistente: una materia assediata da tremori, da ansie, è accarezzata da una luce sobria, da una nostalgia, da un desiderio così discreto da non lasciar trasparire neppure la disperazione. Sono visioni covate a lungo, coperte dai licheni del sogno, abbarbicate alla terra e nel contempo agli occhi di chi le guarda. V'è una luce, un argento mesto, che pare continuamente minacciato da un lampo di tenebra. Cazzaniga lavora ai margini di una visione naturale, una visione che sta per dissolversi o forse già dissolta e che si è ricostruita sotto veste di fantasma. Ruggine su vecchie rocce, cenere su sabbie di lunghe spiagge, interni di cortili su cui si trasferisce una memoria di cose (conchiglie, cespugli) dai toni di madreperla, fanno ricomparire la stessa immaginazione prudente e ossessiva. Si capisce che il pittore cerca il paesaggio esterno ed interiore in cui far circolar una linfa silenziosa. Dopo la Lombardia e la Sicilia, sono la Liguria e la Bretagna -la Liguria delle valli ossute, la Bretagna delle coste rocciose e boschive - a prendere toni rarefatti e sospesi, i toni di un paese precario in un flusso di insidie. Gli alberi che levano sui dossi, sulle scarpate i loro rami nel cielo argentato, le scogliere contro il mare schiacciate da un azzurro infinito, i fossili raccolti nei cortili, sono i frammenti di un paesaggio ultimo che rabbrividisce sotto un vento inquieto. Vi é in questo aggrapparsi alle cose, alla dolcissima tristezza della loro apparizione, fra i segni insidiosi di ciò che le può distruggere, una scelta solitaria e consapevole.

1985
Cazzaniga ha cominciato a dipingere ancora giovanissimo, immerso nella poesia dimessa e nella faticosa esistenza del dopoguerra. Erano gli anni in cui a Parigi si formava il gruppo che prese il nome di "L'homme Temoin": un gruppo che evitava le ironie picassiane e i grandi formalismi post-cubisti e cercava di riscoprire le cose in un senso solitario e sperduto, in un malinconico lirismo. Erano anni in cui la pittura si caricava di problematica morale e scopriva la forza poetica del quotidiano. Come per Lorjou e Rebeyrolle la sua idea della pittura è uno scarno realismo e una sobrietà formale: realismo e sobrietà non alieni da improvvise desolazioni e dolcezze. I suoi jazzmen sembrano sperduti in spazi devastati, in una giacomettiana corrosione, dilacerati in una musica visiva contro un muro che pare un cielo grigio. Poi egli ha preso a viaggiare per l'Europa, portando dappertutto uno sguardo piagato e lirico e un residuo di memoria. E dappertutto s'è attenuto all'umiltà delle cose: una rosa coricata, un glicine vitale; ed è tornato in modo ricorrente ai suoi "cortili", affascinato dagli oggetti più disparati e forse da fantasmi, da ricordi puri. Ha visitato la Provenza, la Liguria ventosa, le coste della Bretagna con le "nature morte" di conchiglie. Ha dipinto una Siena erosa in un'apparizione atmosferica, le austere montagne della Valtellina, la Cala D'Arconte in una luce assorta, il Conero, una Bordighera spoglia. Vi è un suo quadro che rappresenta un cielo chiaro su un bucranio: una dolcezza su un relitto di morte che invia lampi di nostalgia; un altro rappresenta una bassa marea, un mare che se ne va. Vien fatto di pensare a un'immaginazione della materia, immaginazione che si avvicina o s'inscrive nel clima di "La terre e les réveries du repos" di Bachelard. Ma il volto della terra si addensa e si rarefa, per questo egli dà l'impressione di partire di continuo da una macchia informe e di giungere alla precisione a furia di umiltà. Pittore di un appello segreto, nascosto dalla realtà che ci circonda? Tutto è eroso dalla memoria, dal tempo. Una finestra aperta, con pochi oggetti e macchie, basta ad affascinarlo. Lontano da ogni avventura effimera, ha nel lavoro una fiducia sofferta e opera con la buona fede e la fedeltà di un "petit maître". Ogni tappa della sua pittura è di un'esistenzialità positiva, un tentativo di rimediare al nulla che insidia la realtà e spesso s'affaccia sotto le sembianze della malinconia. Le cose tendono a dissolversi nell'atmosfera, ma lasciandovi un messaggio di vitalità. In una valle ligure, ancora marina ma già incassata fra le montagne, le ginestre emergono nella sera che sale rapida dal fondovalle già scuro alle più alte terrazze. Su un picco, un ciuffo luminoso di lentischi si protende sulle ombre del torrente. Serpeggia spesso nelle tele di Cazzaniga un incrocio di forze, contrastanti, un'attrazione di luoghi e ore ambigue. Nei quadri di Bretagna il mare erode l'altopiano armoricano e forma delle anse; è un mare calmo che quando si ritira lascia polvere di scogli e brulichii ardenti (alghe, conchiglie) su sabbie dolcissime.

 

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