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tino aime

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La natura mineralizzata

Dietro uno steccato s'alza un albero divorato dalla luce; il salino corrode i balzi di roccia; un ulivo scavato mostra la forza nodosa del legno davanti all'acqua sterminata; i pini d'Aleppo o pini bianchi, sensibili al vento, hanno rami contorti e tronchi senz'ombra sul dirupo bruciato. E come in questi elementi di paesaggio marino, in altri intrecci di montagna domina lo stesso senso angoloso ed assorto, qualcosa di pungente ed intoccabile che va al di là della struttura grafica e della minuzia formale. Un'atmosfera di precarietà e di eternità circonda le cose. Un unico struggimento lega l'aspra terra di Liguria - rade, burroni e scogli - alle baite e declivi lunari di un «Piemonte arcaico, velato di ombre e di gelo». Ma è nel silenzio della montagna che dilaga il fantasma della memoria. “Le front aux vitres comme font les veilleurs de chagrin”, il pittore guarda - sguardo, ricordo o sogno? - i tetti modellati dalla luna, le muraglie cieche di un paese in semiabbandono, le recinzioni vegliate dai corvi.

Ombre fredde succedono a biancori improvvisi; anzi, tutto è ombra e biancore nel contempo, toccato da una sorta d'angelo dalle mani di cenere. Anche le cose più tenere: gli alberi protettivi che fanno compagnia nella notte, gli interni con gli utensili, i vasi e i fiori sui tavoli, anche tutte queste tenerezze hanno una fragilità di foglia morta. Incastonate in un mondo che se ne va. Le emozioni che esse suscitano, che forse hanno suscitato in Aime stesso, sono come tronche, sono emozioni di un controllato addio.

Dopo la montagna, il mondo della montagna che si sgretola in silenzio, Aime si è dato a ritrarre gli alberi fulminati dal sole, l'erbaspada, gli elicrisi nel biancore verticale dei calcescisti marini. A cercare in quel biancore la controimmagine dei morti campi di neve?