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La roccia e laria
La scrittura di Lalla Romano ha la semplicità, la casta semplicità che, come dice Benjamin, è
"già la metà dell'arte di narrare"1: un'arte costituita da realtà,
sogno e silenzio. È una scrittura di tessitura omologa alla vita, ma più luminosa. Forse viene dal simbolismo e
dallimpressionismo.
Entends, ma chère, entends, la douce Nuit qui marche?2
È unimmagine di Baudelaire. Lalla Romano scrisse nella Giovinezza inventata dessere rimasta
incantata da questo verso, sentito a una lezione universitaria. 3 Vi si parla della notte. Della
dolce notte in cammino, di unestasi in movimento. Vi si può trovare una profonda analogia con larte di Lalla
Romano. Anche nella sua scrittura vi è il continuo spostarsi di unestasi: variazioni della memoria come di una brezza.
Questa scrittrice che viene dalla montagna conosce le modulazioni dellaria sulle pietre come luce su bassorilievi, luce
cosmica, pur essendovi in lei, probabilmente di derivazione dallintimismo francese, anche una luce creaturale (Chardin,
per fare un esempio) intercalata da pause e silenzio. Un che di primitivo e persino di barbarico è portato a estrema raffinatezza,
tra realtà e sogno, ma è il sogno a possedere la fermezza e la forza di ciò che dura.
Lalla Romano è una scrittrice visiva, una scrittrice che sa "donner à voir". La sua visione è poliedrica
di senso perché, abolita la psicologia, le cose assumono una valenza quasi sacra, fra illuminazioni e trasalimenti. La
luce che le tocca ha certamente unanalogia con la luce cosmica di Cézanne. Lei deve avere perfettamente capito cosa
intendeva Cézanne quando pronunciava:
Bisogna modulare, non modellare. Si tratta di raccogliere le mani erranti
della natura. 4
Si potrebbe quasi pensare che la vera vita sia come assente e che non ci sia un vero "essere al mondo"; invece avviene
proprio lopposto. Lalla Romano getta il suo cuore tra le cose e se ne allontana. Inserisce, nel vitale, la contemplazione
e ferma per un istante il fluire esistenziale. Per cui la vita più semplice mostra il suo lato eterno. Vi è inoltre
come un rimpianto che rincorre la vita che se ne va, un istante di ripiegamento della memoria che cristallizza il tempo in immagine.
Vi è come un tentativo di raggiungere di continuo la pienezza della vita Mi vengono in mente i versi di Henry Michaux:
Tu ten vas sans moi, ma vie.
Tu roules,
Et moi jattends encore de faire un pas.
Tu portes ailleurs la bataille.
Tu me déserte ainsi.
Je ne tai Jamais suivie. 5
Ma la vita manca sempre di qualcosa e a causa di quel poco che manca sembra mutilata. Così la scrittura
di Lalla Romano sembra incompiuta Per un'estrema sincerità le parole sono ridotte ad un ossame, eppure sembrano tradire
un loro ultimo segreto, sembrano scrivere il non dicibile. I suoi periodi, spesso troncati allimprovviso, hanno l'amputazione
dolorosa che è nella vita stessa, che inevitabilmente corre verso la morte. La memoria solleva le cose, ma poi esse si
riadagiano nel flusso esistenziale, in quel flusso che porta tutto con "la cenere degli astri". La giovinezza, linfanzia,
la vecchiaia, la morte, il sole, le rocce, la montagna, lamore, lamicizia, tutto ciò che vi è di costitutivo
dell'esperienza umana prende il tono di una verginità e realtà assolute, rapportate allesperienza personale.
Cè una straordinaria capacità in Lalla Romano di vedere il lato temporale dellesistenza, un rassegnarsi
allerosione. Una sorta di sognato regge la precisione visiva delle cose che lei osserva. Forse la sua radice è ancora
bergsoniana, proustiana e materica nel contempo: qualcosa che sta sotto la costellazione di "matière et mémoire".
Questarte, apparentemente chiusa nella sfera dellintimo e del privato. esponendo le cose allinerme fluidità,
riflette da tutti i lati la tragedia della storia. Perché della storia lascia intravvedere le orme, le sofferenze, il dolore,
seminati lungo il cammino. Sul muro, di cui spesso Lalla Romano sembra cingersi, saffacciano i vivi e i morti: una storia
tragica vi si riflette. Non cè solennità celebrativa e per questo il tragico non porta con sé nessuna
retorica. È sempre lombra e la luce antica a far da supporto a un vissuto di sogno. La vera poesia è quella
non voluta e che ci assale malgrado tutto.
Erosione e incompiutezza si accentuano con Le lune di Hvar; allargano lalone del non detto. Un tratto, un tono: e le cose
e gli uomini prendono rilievo, Le notti, i cieli, le lune vibrano di una segreta pietà sotto uno sguardo apparentemente
impassibile. E i sogni? I sogni scavano nella direzione di un eros aperto alla morte. Siamo ormai veramente allessenziale,
all' intimo risultato di una narrazione estrema.
Sullo sfondo si affaccia l'ultimo Cézanne, il suo lirismo della durata nel rarefatto ordine mentale. Qua e là un
frantume, una scheggia alla Giacometti irruvidisce la superficie. Ma un che di albale si accompagna al canto delle rovine.
1W. Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull'opera di Nicola Leskov (1955) in Angelus
Novus. Saggi e frammenti Einaudi, Torino 1976 [1962] p.241
2 Charles Baudelaire "Recueillement", in Les Fleur du Mal (1857): Ouvres complètes, Bibliotèque
de la Pléiade, NRF, Gallimard, Parigi 1968, pag. 174
3 Cfr. L. Romano, Una giovinezza inventata, Einaudi, Torino 1979, p 104.
4 Cfr. J. Gasquet, Cézanne, Cynara, Parigi 1926, p. 167.
5 H. Michaux, "Ma vie", in La nuit remue, Gallimard, Parigi 1961 [...]
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