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La terra decaduta
V'è in Boine un contrasto fra la solarità mediterranea e lesperienza interiore tra la concretezza
e la spiritualità, la corposità della parola carica di forza espressionista e levocazione lirica che tende
alla commozione e al silenzio. La scrittura, che sembra dimpeto, vortica in un rovello morale e la franchezza del vivere
rude si assottiglia in dolorose querelles. Il suo animo saccende all' improvviso, ma altrettanto allimprovviso si
turba e si stanca; è radicato alla terra (agli ulivi, ai muri ferrigni) e se ne distacca nel contempo; la pace e londa
vi si alternano.
Dagli ulivi e dal mare di Liguria Boine si apre allascesi e al misticismo delle terre di Spagna, Ma rimane il contadino
che limosina il sole e la vita, aggrappato alle sue terrazze, e che pone la vicenda del suo uliveto a paradigma, a fondamento
della storia del mondo. È una visione oscillante e piena di scoscendimenti, da solitario che nulla rassicura se non qualche
preciso ricordo.
La sua polemica è semplice e umana. Recrimina, si lamenta del presente: il suo uliveto è decaduto e il fantasma
di ciò che era lo perseguita. Quel fantasma prende le forme rustiche e dolci di una chiesa romanica. Come nellAngelus
di Millet, vede tralucere le zolle sacralizzate dalla fatica. Tutto ciò in cui il sacro in qualche modo non affiora gli
pare di poco conto, anzi gli pare castigo e diversione.
La fatica tradotta in opere: ecco il suo punto fermo. I muri e i loro costruttori provocano la sua emozione, le "fasce"
ora ridestinate al gerbido. Allora la sua scrittura si effonde, si rafforza nei tramandi delle generazioni.
Dalla vagheggiata eternità degli ulivi alla religiosità il passo è breve, "La religiosità è
la germinale inquietudine, [...] è laffacciarsi dello spirito oltre le forme che questo prodigioso sforzo dordinamento
delluomo (della natura) ha definite e accordate. Tra forma e forma, per le rime, per le fessure, attraverso ogni forma con
sforzo, scostando, ansiosamente guardare".
Ma poi la disperazione dellio, la desertica contemplazione lo riprende. Quando si appresta ad abbandonare il mondo è
un uomo spoglio.
"A tagliare gli ormeggi il vento via ti soffia. Però non si sa dove.
E sia per dove sia! il vento mi strappi via, della disperazione. [...]
Ormai non ho più nulla da via buttare son nudo fino allanima non sono che unanima tutto son fatto di tristezze
amare e di sgomento. Senza meta e per disperazione reggo contro me in ribellione ma il nulla fa spavento. [...]
Giunsi all'amaritudine bieca di questa solitudine. E sosta mi fu il nulla oh amici! A tagliare gli ormeggi il vento via ci soffia.
Però non si sa dove".
Ritorna, braccato dalla morte, luomo di vallata: "Ci sono angosce rapide- vaste come bitume di nubi sopra le valli...
Così è che chiaronero, chiaronero per gli affannosi crepuscoli preme il respiro lottuso cielo dellimpotenza
e tutti gli sbocchi son sbarri biechi, tutti". E un uomo che ha contemplato la terra, ma decaduta, una "tierra tan triste
que tiene alma",
Francesco Biamonti
La città di Boine Centro culturale polivalente Imperia 17 Dicembre 1987- 31 Gennaio 1988
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