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Commento all'Angelo di Avrigue

I l primo capitolo si apre su due personaggi del romanzo: Gregorio marinaio che soffre “il male del ferro“ , l'angoscia che la lamiera del cargo trasmette durante le traversate e Jean Pierre il cui cadavere, trovato di lì a poco, mette in moto le indagini di Gregorio, e poiché queste indagini gli servono per una riflessione sul passato e sul presente si può affermare, senza tema di smentite, che la morte di Jean Pierre è una sorta di principio dinamico passivo del racconto. Subito dopo dinanzi agli occhi del lettore prende corpo uno scenario di miseria, di silenzio e d'abbandono: porte sbarrate o aperte sul vuoto, finestre semidivelte, nidi, un tempo di miseria e di silenzio, ora di squallore e di topi.

Vi regna la fame di sempre, una fame atavica radicata nelle cose, nei corpi, nelle coscienze che ora pare insopportabile, e i giovani non a caso fuggono lontano. Allo spettacolo di desolazione e d'abbandono costituito dai vecchi radunati sotto un portico fa da pendant la rassegnazione segnata nel volto e nello sguardo di un ragazzo undicenne, ed il legame indissolubile che esiste tra il vecchio e il nuovo evidenzia una situazione d'assoluto immobilismo, quasi il tempo si fosse fermato come risulta dal ripetersi dei riti, dei costumi, delle cose inutili ed essenziali al tempo stesso. Il paese appare, anche al lettore più sprovveduto, una prigione che si restringe kafkianamente ed opprime i suoi sparuti abitanti.

Non meraviglia che, venendo meno le abituali consolazioni religiose, San Sebastiano e Nostra Signora dei Dolori, la morte appaia come una promessa sull'immedicabile sofferenza, (“Una promessa sparsa sulla sofferenza ineluttabile“ ). In una situazione d'asfissia reale i fatti, anche i più banali, acquistano la forza e le connotazioni del mito. Appena il tempo di scambiare due battute con i vecchi che, quasi per esorcizzare la paura e la disperazione che li attanaglia, scherzano con la morte - l'ultimo viaggio, infatti, viene definito “viaggio di sola andata con un landò di lusso“ - e Gregorio incontra il parroco, un uomo dall'aria timida e dolorosa che gli parla di un giovane precipitato giù dalle rocce e con una pietà di sapore antico, classica e pasoliniana al tempo stesso, una pietà più laica che religiosa, capace di varcare e di trascendere la sua stessa fede, nega qualsiasi ipotesi di suicidio.

Poche pennellate ritraggono questo parroco di paese: “Non somigliava ai preti del passato, eccessivi nel bene e nel male, sembrava molto impressionato, non era vago e sbrigativo dinanzi alla morte“ . Intorno al cadavere privo di vita del giovane i pini aleppensi sussurrano ed è il primo quadro in cui la natura, che precedentemente era stata descritta con funzione e intendimento decorativo, viene umanizzata. Assieme ai carabinieri arriva la madre del giovane che, prima di chiudersi in se stessa, inebetita ed impietrita dal dolore - forma col sasso su cui siede, un blocco marmoreo di michelangiolesca memoria- non gli risparmia un ultimo, patetico, rimprovero a testimonianza di una vita difficile e di un rapporto conflittuale con il figlio. Nel ritorno a casa di Gregorio il paesaggio si precisa meglio nelle sue luci e nei suoi colori, nella tristezza di fondo che lo avvolge e nella musica elegiaca intrisa di rimpianti che sale dal passato e da un mondo che sta irrimediabilmente scomparendo.

Alle immagini della terra si succedono e si confondono nella sua memoria le immagini del mare, del suo passato di solitudine e gelo - splendido esempio d'epifania o di memoria involontaria alla maniera di Proust. Poi, nel cuore della notte, una notte indefinita e sospesa nonostante la precisa indicazione cronologica (erano le nove o le dieci, dice Biamonti) una notte incorniciata dalle costellazioni, interlocutrici privilegiate di chi trascorre tanto tempo sulla tolda di una nave, arriva Ester, la compagna di Gregorio, il cui ricordo aveva temperato, addolcito le sue lunghe assenze da casa quando andava per mare. L'autore non indugia sulla presentazione fisica, e si limita ad indicarne l'andatura flessuosa e i capelli castani che incendiano l'aria e, successivamente, in modo molto generico il corpo fasciato dalla veste. Più curata e particolareggiata risulta la sua psicologia; va osservato a tal proposito l'uso costante di coppie d'aggettivi: dolce e tenera; lucida e decisa; affettuosa e calda; cupa e intenerita. Nella maggioranza dei casi esiste, tra gli aggettivi adoperati, un rapporto di causa ed effetto, come se il secondo fosse conseguenza naturale del primo: dalla di lei dolcezza scaturisce la tenerezza; dalla lucidità la decisione e dall'affetto il calore.

L'incontro, dopo un breve scambio di battute sulla morte di. Jean Pierre che Ester ipotizza come suicidio mentre Gregorio è sempre più convinto che si tratti di omicidio, scatena tutta una serie di ricordi e di riflessioni sull'esistenza, sul destino, sui confini sempre più labili tra mare e terra per chi, come Gregorio, ha voglia di effusione e di espansione, anche se dopo l'avventura si sente più forte il richiamo dell'approdo, dell'ancoraggio, delle radici, dell' “ubi consistam“ mentre su tutto aleggia, sempre più palpabile, la “vecchia nutrice“ la morte che, nelle sue molteplici e contraddittorie connotazioni di miseria, solitudine, gelo ed assenza da un lato e pace, conforto e liberazione dall'altro è la vera protagonista del romanzo, tutto disseminato da segni precisi e inconfondibili.

Quando il mattino dopo Ester se ne va, Gregorio ritorna sul luogo della disgrazia e, dopo un'attenta perlustrazione, sempre più si convince che Jean Pierre non può essersi suicidato. Incomincia a fare delle indagini e si reca nella locanda dell'olandese. Dal colloquio col cameriere traspaiono alcune considerazioni sui giovani d'oggi improntate a comprensione, indulgenza e pietà in Gregorio e ad un sottile strisciante e pericoloso razzismo nel cameriere. Si affaccia anche, di sfuggita, il tema della droga e la tentazione che essa esercita sui giovani più disperati ed infelici.

Francesco Improta