Dite a mio padre
Guardiamo dalla rocca: spingono i nostri ragazzi contro il muro che noi contadini abbiamo costruito
con le nostre mani, pietra su pietra. Ho appena il tempo di individuarli che un uomo si pone davanti a loro per leggere
la sentenza. Non vedo gli occhi di mio figlio. Indovino il suo sguardo da bambino quando lo picchiavo - sua madre, era più
forte allora, interveniva, per impedirmi. Ora è coricata vicino a me, il suo corpo fa un rumore di zappa, battuta,
o di zoccolo di mulo nella stalla. Laltra madre, strisciando, si avvicina sempre più allorto: devo stare
attento che non si getti dalla rocca. Si ode una scarica e sono morti. Rimane un lamento: quello che era a fianco di Giovanni
sta ancora inginocchiato. I tedeschi lo guardano e aspettano. E come se fossi io stesso a cadere affondando dentro questa
pietra. Ho paura che mia moglie non si alzi mai più.
Invece aggiriamo la rupe tutte tre insieme: Giovanni ha la testa sopra una pietra - pare staccata dal corpo - e gli
occhi aperti. Il suo volto scompare sotto il vestito di sua madre: gli sè gettata addosso e tocca con una mano
ripetutamente il sangue che, sui sassi e per terra, devessere ancora caldo. Il sangue di mio figlio. Si
volge alla sua compagna che sta baciando il figlio sulla bocca, e dice: Il sangue dei nostri figli. Il pallore
dei volti e i riflessi del sangue formano unincrostazione dorata - testimonianza della morte - che invano la disperazione
delle madri tenta di cancellare. Bisognerebbe poter rianimare il sangue: forse mia moglie spera di riuscirvi. Sta inginocchiata,
la schiena curva e il collo magro attraversati dal dolore. Io la alzo e le dico andiamo - tornerò poi
da solo a seppellire il mio Giovanni e gli altri - e sento che è divenuto una cosa mia docile: cammina piegata come
se il suo corpo si fosse fuso a guisa di metallo e rimodellato nei lunghi minuti che ha trascorso in ginocchio, curva su
nostro figlio.
Dite a mio padre..." in Il Nuovo Eco della Riviera,
12 agosto 1956.
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