HOME VITA OPERE CASA BIAMONTI BIBLIOGRAFIA CRITICA SPAZIO APERTO ALBUM EVENTI ASSOCIAZIONE
ROMANZI RACCONTI SAGGISTICA SCRITTI D'ARTE COLLABORAZIONI INTERVISTE
 

Ecco, allora, la domanda: lei attende qualcosa, attende qualcuno? Che cosa è questa attesa?
E’ una condizione esistenziale. C’è tutta una cultura simbolista esistenziale basata sul senso dell’attesa. Sì, lei è stato bravissimo... Pavese, infatti, era l’incrocio di questa cultura esistenziale, tra speranza e solitudine. L’attesa è una delle componenti della condizione umana. Nel romanzo c’è proprio un’attesa specifica, che è l’attesa di ordini, l’attesa di un risveglio dell’Europa che dia ai marinai una possibilità di orientamento... Ci sono dei critici, come Paccagnini, per esempio, che sul “Sole 24 ore” ha scritto che il titolo del libro poteva essere “L’attesa”, senza manco mettere la specificazione “sul mare”. Tutti attendono qualcosa. Credo che proiettarsi nell’attesa sia tipico proprio dell’uomo dei nostri tempi. C’è attesa di qualche cambiamento. Si ha la sensazione di vivere una sorta di interregno. La domanda che mi ha fatto mi sembra molto giusta.

Collegata a questa attesa, mi ha colpito profondamente una certa evidente tristezza. Non una tristezza che cede alla disperazione, ma una tristezza che fa comunque i conti con la quotidianità, con la realtà. I dialoghi ne sono l’esempio più visibile. La parola che lei usa come primo strumento, come prima modalità di relazione, appare cioè come una specie di nostalgia di qualche cosa, oppure come reazione, se così si può dire, al silenzio...
La tristezza, o la malinconia un po’ inaccessibile in cui si rifugiano spesso i personaggi, è data dallo sguardo sovrastorico, dal rapporto che l’uomo tenta di fondare con l’eterno. Basta sollevarsi sopra la storia e si intuiscono, si capiscono subito le ragioni di una tristezza cosmica, che è un po’ quella del “pastore errante” di Leopardi, è quella di Holderlin, di Baudelaire... Si sente che l’uomo è mutilato. E questa mutilazione la si avverte immediatamente appena ci si libra, ci si innalza sopra la cronaca e anche sopra le passioni della storia. Per quello che riguarda l’essenzialità della parola, faccio una distinzione tra la chiacchiera e la parola. La chiacchiera è il parlare per motivi pratici, per divagare; la parola è invece legata alla struttura profonda dell’essere, è sempre in rapporto con la vita e la morte. La parola è la formazione dell’essere. E’ per questo che tiro a queste parole essenziali, legate a una forma arcaica della vita, archetipale: la morte, il sole, il vento, il mare, il carattere effimero delle cose... Credo che sia compito di uno scrittore dare alla parola questo significato, questo Empito metafisico che la parola è andata perdendo. L’uomo crede di parlare, invece è parlato: parla il linguaggio della televisione, o dei giornali. Crede di vivere ed è vissuto e non ha più niente di suo. Quando ha qualcosa di suo è perché si riallaccia a ciò che c’è di fondamentale nell’esperienza umana, che poi è il tradurre l’esperienza in coscienza. Per questo credo che la mia parola, a volte, sorprenda, per questo carattere di essenzialità e di legame, profondamente umano, con l’eternità dell’essere e della morte...

Elio Cipriani Intervista a Francesco Biamonti, in "Laguna", 22