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INTERVISTA A FRANCESCO
BIAMONTI (1996)
Lintervista è stata rilasciata
da Biamonti ad alcuni studenti del Liceo A. Aprosio di Ventimiglia,
nel 1996, quando era impegnato nella costruzione e nella stesura del suo ultimo
romanzo Le parole la notte. Le domande, talvolta, sono ingenue,
le risposte, invece, rivelano, come sempre, la grande cultura di Francesco,
la sua sensibilità ed un pizzico dironia che non guasta mai.
Perché i suoi romanzi sono tutti ambientati in Liguria e risentono della tradizione ligure?
Per spiegare questo ci vorrebbe moltissimo tempo. Potrei ambientarli sulla costa
atlantica, ma è destino umano abitare un mondo ed il mio mondo è
questo.
Ci può dare una definizione del suo stile?
Non spetta a me definirlo, i Francesi hanno parlato di lirismo arido,
un lirismo che non porta da nessuna parte, senza speranza né consolazione.
Che cosa la spinge a scrivere?
E difficile dare una risposta; è unesigenza di verificare
se stesso, di pianificare i suoi rapporti con il mondo, di vedere se la sua
visione del mondo tiene sulla pagina, ma, a ben guardare, lo scrivere è
solo il raggiungimento di uno stile.
Avrigue, che compare nel titolo del primo romanzo, ha un significato particolare?
E un termine provenzale che vuol dire aprico, esposto al sole;
e si riferisce a qualsiasi paese steso al sole.
Perché i suoi personaggi sono sempre solitari?
Perché la solitudine è una condizione delluomo che sinfrange
raramente. Luomo fa sempre dei monologhi, non riesce mai, o quasi mai,
a dialogare. La solitudine è la condizione umana per eccellenza.
Lulivo, per lei, ha un valore simbolico?
Sì anche simbolico, però è un valore di vita, simbolo di
una civiltà millenaria che si sta estinguendo.
Qual è tra i suoi romanzi quello a cui è più legato?
Non so, rispondo come il marinaio di Pessoa: E bello il mare degli
altri paesi, quello che non vedremo mai e pertanto il romanzo che non
riuscirò mai a scrivere.
Attribuisce una funzione fondamentale alla donna, come Dante o Montale?
La donna è langelo cosmico-salvifica, ma è anche un viaggio
verso la morte, la sua bellezza rimanda allal di là, è un
mezzo, quindi, o unoccasione per andare oltre. La mia risposta,
comunque, risulterà sempre inadeguata o insufficiente, per rispondere
esaurientemente bisognerebbe scrivere un altro romanzo.
Ci può dare qualche anticipazione del suo nuovo romanzo?
Nei bollettini Einaudi cè già il riassunto e, comunque,
non ho voglia di parlare di me stesso.
Ha scritto anche delle poesie?
No, e comunque non ha nessuna importanza.
Qual è la corrente artistico- letteraria che la ha affascinato maggiormente?
Lermetismo italiano e lesistenzialismo francese e poi la fenomenologia
in generale, le nouveau roman e lecole du regard.
Ha dei contatti con altri letterati contemporanei?
Di contatti ne ho tanti ma sporadici e talvolta ironici. Contatti seri no, non
mimporta niente degli altri.
Qual è, secondo lei, il quadro più bello che è mai stato
dipinto?
Certe montagne di Saint Victoire di Cezanne che sono corrose dal cielo dentro
lazzurro, dove la roccia è spaccata dal cielo stesso. Sono quelli
che mi affascinano di più. I più belli in assoluto sono i quadri
di Rembrandt, Velasquez e Tiziano ma quelli di Cezanne mi piacciono di più,
perché sono dei paesaggi spirituali, veri e propri autoritratti, con
Cezanne inizia lavventura della pittura moderna.
Ha avuto uninfanzia e una giovinezza serene?
Serena, come si fa dire serena, linfanzia è unetà
da abolire ed anche la giovinezza.
Ha una visione della vita negativa o positiva?
Né positiva né negativa, soltanto realistica, la realtà
di questo mondo chi sa qual è. Non ho una visione che possa definirsi
in termini affettivi o sentimentali; la vita è unapparizione fra
due nulla.
Sappiamo che lei è amante della solitudine, ma, comunque, ha una persona
con la quale confidarsi?
Ma no, non ci si confida mai, mi confido con la scrittura ma come faccio a confidarmi
con una persona, non ha senso.
Lei crede in una realtà metafisica? Ha una fede, dei valori in cui
credere?
Non ho una fede, ho unesigenza di un al di là delle cose che è
il lirismo, la contemplazione delle cose stesse. Non vado al di là di
una visione immanente e se cè una trascendenza non è che
un discendere nella realtà quanto più dentro possibile.
Può consigliarci un libro che poi rimanga nel cuore?
Sì, ce ne sono parecchi che posso consigliare: Noces di A.
Camus; Il Piccolo Principe di Saint Exupery; La luna e i falò
di C. Pavese, poi un breve racconto italiano Casa daltri di
Silvio DArzo.
Può darci un consiglio per scrivere meglio?
Essere più concisi possibili. La casta semplicità
come dice giustamente Benjamin è già la metà dellarte
di narrare, essere semplici, adoperare il minor numero di parole possibili,
e soprattutto guardare attentamente ciò che si vede.
Quale è il momento in cui scrive di più?
Quando si crede che tutto sia perduto, si scrive sempre dal fondo di un abisso
da cui pare di non poter più uscire.
Qual è il suo colore preferito e perché?
Essendo in Liguria, lazzurro del cielo; però, talvolta, lo detesto
perché significa aridità, siccità; e poi, spesso, lazzurro
scompare e il cielo si annuvola.
Il suo stile così personale nel modo di vestire vuole esprimere qualcosa?
Non capisco la domanda, io, del resto, sono vestito normalmente e Barthes, quando
diceva che la moda è linguaggio, mentiva, è solo un modo per nascondersi.
Quali sono i suoi passatempi, ama viaggiare?
Sì, amo viaggiare per impoverirmi, per spogliarmi di ciò che non
è necessario, non per arricchirmi, non per conoscere ma per disconoscere
e ribadire lidea che il mondo è tutto uguale e non serve a niente
viaggiare.
Ha dei sogni nel cassetto. Nutre delle speranze nei giovani?
Non ho sogni nel cassetto. Io sono anarchico-individualista e non credo nei
giovani. Forse, però, in loro c è unesigenza di ritornare
a domande intimistiche, non credono più nel sociale, nel politico e questo
per me è positivo sempre che arrivino alla forza dellinteriorità.
Francesco Improta
Questa intervista è stata pubblicata su Tuttolibri
il 19 Ottobre 2002
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