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Su Renzo Villa

Villa scende in un suo paradiso. Strano questo scendere per toccare rive felici, di mare e d’altro. Passa per porte tarlate che cigolano e odori stanchi. Cantine e mare sono visti attraverso un recupero del tempo, le cui ali lacerate sembrano librarsi su esperienze dolorose. Il suo linguaggio è intriso di dolcezza.

L'"acre verdezza” del dialetto assume i toni di una “berceuse” immemoriale. Dolcissima. Contraddittoria? Anche nello scendere verso il paradiso vi è una inversione di rotta. Si intravede un mare come liquido amniotico. Sembra un mare ascoltato tra il sonno e la veglia. Una barca di palma solca una superficie senza vele e l’usignolo intona il suo canto vicino a un cipresso che si perde tra le stelle. Sopra lattiginosi rami di fico vola lo stormo degli anni. Piccoli oggetti fanno da diga agli sgomenti.

Gli anni più bui, raccolti attorno a una bottiglia di vino, assumono la levità di un sogno. Lo spazio-tempo in questi piccoli poemi è sempre un oggetto, un minuscolo angolo di terra che assume dimensione verticale. Egli appartiene alla sottile flottiglia ligure che per meglio tornare salpa. Tutto il sole dell’autunno è nella tenerezza di un racimolo.

Quarta di copertina del libro: Renzo Villa, Vin de sccianchi – vino di racimoli, tutte le poesie in ventimigliese 1980-1997, Le Mani, Genova, 1997.