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di
Michelangelo Pesce

Francesco Biamonti a Tiglieto

Quando Francesco Biamonti mi telefonò per dirmi di andarlo a prendere alla stazione di Savona, la cosa mi sorprese ma non mi dispiacque. Non capivo perché lui, proveniente da Ventimiglia, non preferisse scendere alla più vicina e comoda stazione di Genova Brignole per venire a Tiglieto a presentare il suo romanzo "Le parole e la notte". Ma l'idea di un lungo viaggio in auto m'interessava, era l'occasione di conoscere meglio il romanziere ma soprattutto l'uomo Biamonti. Oramai, in tempi moderni, la tavola e l'automobile sono i luoghi più deputati per stringere amicizia!

C'incontrammo nel sottopassaggio della stazione. Già ci conoscevamo per esserci visti a San Biagio Della Cima un paio di mesi prima. Ma quel giorno faceva molto caldo, era il 16 agosto, e Francesco era in maniche di camicia con uno zainetto, o tale mi pareva, sulle spalle. Scoprii più tardi che quello zainetto custodiva il suo vestito della sera. La prima impressione che mi fece era quella di un contadino in vacanza; in realtà era un principe. Lungo il viaggio volle conoscere il più possibile di Tiglieto, della val d'Orba e del nostro programma culturale della sera.

A Tiglieto non era mai stato, conosceva Masone solo per aver letto i cartelli autostradali e si dimostrò entusiasta dell'invito a cena dai coniugi Venturi. Guardava e sezionava il paesaggio e ogni sua forma più come un esperto antropologo che come un romantico ambientalista, gli raccontai di un vecchio sindaco di Tiglieto che tanti anni fa perse le elezioni per aver preteso di dotare il paese di un piano regolatore moderno e ne fu ammirato. Lui che temeva il saccheggio urbanistico della sua costa ligure.

Chiedeva di questo fiume strano che è l'Orba che lui conosceva solo perché lo citò il Manzoni; era davvero tanto selvoso e tortuoso il suo andare verso il mare più lontano? Aveva l'aria seria e severa, in qualche maniera incuteva timore, ma presto mi accorsi che era solo una mia soggezione alla sua vasta cultura. Giunti al valico chiese di fermarsi per meglio osservare il paesaggio di Tiglieto e della valle. Mi pareva sinceramente ammirato sebbene il pomeriggio non fosse un gran che. E' un bei paese... - disse - se ne dovrebbe scrivere... - La cosa mi fece piacere.
La sera poi pareva contento, soddisfatto di essere tra persone amiche.

Nel corso della presentazione dell'ultimo romanzo "Le parole e la notte" che nessuno avrebbe mai immaginato fosse l'ultimo della sua breve e straordinaria carriera, riuscì con la complicità di De Nicola a catturare gli intervenuti come raramente succede quando si parla di libri. Nel suo lungo monologo appena sussurrato da quel filo di voce che la nicotina gli aveva lasciato nascondeva tutta la crisi dell'uomo del novecento, i suoi slanci, le sue miserie. Il facile che diventa male, il difficile che diventa virtù, il pessimismo eletto a ragione

La sua voce era carica d'emozioni le sue parole pennellate di luce e di colore; i personaggi che avevamo scoperto nei suoi romanzi erano lui, sempre pieni di luci e di silenzi confusi nel paesaggio di cui erano parte. C'era tutta la crisi dell'uomo di quest'ultimo novecento carica di dubbi e di nostalgia in una civiltà dura e spesso crudele. Uomini di frontiera che vivono in collina ma vedono il mare. "Biamonti di terra e di mare" aveva titolato il francese Le Monde ed aveva ragione. E della critica francese che tanto positivamente lo aveva accolto n'era orgoglioso anche perché credo amasse la Francia e tutto ciò che era francese.

Dimostrava una conoscenza dei classici eccezionale amava autori francesi come Rene Char e Paul Valery che citava spesso a memoria ma anche pittori sempre francesi come Cèzanne e Monet erano al centro del suo interesse. Ancora la parola che fondendosi con la pittura diventa luce e lirismo. Lo catturavano gli sguardi e i colori di quei pittori. La sua scrittura era appunto un susseguirsi di lampi di luce, di sguardi indefiniti, di parole prese nel paesaggio. I personaggi dei suoi romanzi erano di una fragile umanità che li rendeva vivi.

Poi l'indomani, nel viaggio di ritorno parlammo ancora a lungo con l'unica difficoltà di quel sottile filo di voce che spesso il rumore della strada confondeva. Raccontò di un suo lontano passato in biblioteca a Ventimiglia, della corte spietata che almeno quattro quotidiani gli stavano facendo per averlo tra i loro collaboratori. Non capii per chi preferisse lavorare perché se uno era troppo tirchio l'altro pretendeva.

"Il Foglio" n. 4, 2002, Periodico della biblioteca di Tiglieto (GE).

 

 

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