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di
FRANCESCO IMPROTA

Costruzioni di luci e di suoni per un mondo alla deriva

Invitato a partecipare a questa giornata di studi su Biamonti e Morlotti in virtù della mia frequentazione e amicizia con Francesco, devo, per onestà intellettuale, riconoscere che la conoscenza superficiale del mondo pittorico di Morlotti non mi consente di sviluppare un discorso approfondito sui loro rapporti, discorso che del resto in questa sede è già stata fatto in maniera ampia ed esauriente da Paolo Zublena e Marco Grassano, per cui mi limiterò a parlare esclusivamente della narrativa dello scrittore sanbiagino, materiata di luci, di colori e di suoni, a conferma dell'affinità, direi quasi della mutualità, che esiste tra le varie arti in generale e nel caso specifico tra poesia, pittura e musica. Ho parlato non a caso di mutualità perché sembra che talvolta ci sia un tacito patto di mutuo soccorso tra le varie arti; Biamonti, ad esempio, nei momenti di stallo, di difficoltà creativa era solito chiedere aiuto alla pittura, nell'intervista ri-lasciata a Paola Mallone dice che spesso in quei momenti, per superare l'impasse, si rivolgeva a Cézanne sostenendo tra l'altro "I pittori sono i fari che illuminano il buio della notte dell'espressione"(1).

La lezione che Biamonti ci ha lasciato è, innanzitutto, una lezione di metodo e di stile. Francesco concepiva il mestiere di scrittore come dedizione assoluta e sofferenza senza limiti e ha sempre lavorato scrupolosamente, giorno e notte, in maniera ossessiva, addirittura maniacale, soffermandosi a lungo e ritornando spesso su ogni pagina, su ogni periodo, su ogni singola parola. Le cartelle dattiloscritte di Francesco erano sempre piene di cancellature, di aggiunte, di correzioni; il più delle volte, però, le parole venivano da lui soprascritte alle precedenti senza che queste venissero can-cellate, in questo modo Biamonti si riservava la facoltà di scegliere in un momento successivo, quando l'immagine, la frase o la semplice parola si sottraeva all'urgenza del dire per apparire ai suoi occhi più chiara e meglio definita e sotto il profilo semantico e sotto il profilo fonetico.

Questo lavoro così minuzioso e intransigente, ai limiti del perfezionismo, era finalizzato sempre al conseguimento della purezza e della grazia dello stile, quella grazia che "aveva perforato le mani di Silvio D’Arzo" in “Casa d’altri” - come egli stesso aveva detto - e che per lui rappresentava l’unica garanzia di sopravvivenza, o quanto meno l'unica possibilità di consolazione. “Scrivere - ha detto Biamonti in un’intervista - è un’appendice del vivere ma la scrittura mangia la vita... occorre, per purificare la scrittura, una tensione esistenziale e metafisica che non sempre si riesce a mantenere perché è dolorosa”, (2) ma egli era anche convinto che solo attraverso la trasparenza smagliante delle parole, depurate da tutte le scorie, le incrostazioni e le sovrapposizioni, le cose tornano ad essere dicibili e i sentimenti e le emozioni risultano definibili. Da qui lo scheggiarsi adamantino della sua scrittura, che, al di là dei nuclei luminosi e delle agili cadenze narrative, affida alla brevità sempre più stringata il compito di prolungarne la musica e di riprodurre i suoni remoti di un arcaico canto aurorale.

La ricerca di questa purezza primigenia non gli ha dato tregua, lo ha ossessionato a tal punto da spingerlo a cogliere le cose prima ancora che si affacciassero alla soglia della coscienza, in una luminosa attesa della loro epifania che lo portava a dar voce al silenzio stesso, un silenzio accarezzato, per lo più, da luci basse e radenti, che diventa la cifra della disgregazione del mondo e della solitudine dell’uomo. Questa scrittura, fatta di soprassalti e di lampi improvvisi, si abbevera costantemente e avidamente alla luce inconfondibile del Mediterraneo, di cui Biamonti sa cogliere con eccezionale sagacia e giustezza le molteplici epifanie, ma si avvale anche di un personalissimo modo di trattare il tempo narrativo, che viene dilatato e accorciato di continuo in una serie di pause e accelerazioni che hanno un che di musicale e che finiscono con il dar vita a una sorta di incertezza emotiva dovuta proprio all'attesa, a una fase di sospensione e di aspettazione.

La luce, come abbiamo detto, ha tanta parte nella narrativa di Francesco; una luce definita da Giorgio Bertone "meno visiva che concreta, addirittura tattile", una luce che ora rotola a blocchi sulle rocce, ora apre sul mare varchi e crepacci, ora s'innalza in cielo come un volo di colombe e che alla fine si scioglie nel battito d'ali di una farfalla, fragile amalgama su un fiore ondeggiante (3) o nel verso dolcissimo di un tordo solista che ha attaccato "la liturgia del tramonto" (4) o nella musica struggente del "Quartetto per la fine dei tempi" di Olivier Maessiens, che costituisce, a ben guardare, il motivo conduttore di "Le parole la notte". Da precisare a tal proposito che la fine dei tempi non allude solo all'Apocalisse di San Giovanni e all'immagine dell'angelo che annuncia la fine del mondo, immagine da cui pure la sinfonia prende le mosse, ma anche alla rottura nei confronti della musica tradi-zionale, alla fine, cioè, dei tempi intesi come misure metriche. Maessiens utilizza tecniche ritmiche inconsuete, come quella del "valore aggiunto" e dei "ritmi non retrogradabili": all'inserimento, cioè, schizofrenico di note e di pause in mezzo alle battute si accompagnano architetture perfettamente simmetriche.

Francesco ha più volte confessato che per scrivere ha sempre avuto bisogno di un sottofondo musicale, perché, come egli dice, "sbarazza della grevità delle cose pratiche, facendo librare lo spirito e muovere l'anima." (5) Ascoltava spesso Claude Debussy, uno dei suoi compositori preferiti, per una certa consonanza con quel mondo sonoro, sospeso e alleggerito del suo peso, prodotto dalle scale esatonali e dalla mancanza di mezzi toni. Nel linguaggio musicale di Debussy trova, infatti, la sua più consona rappresentazione il mare: archetipo del movimento nel riposo o dell'essere nel divenire; la cui calma apparente e la cui eterna irrequietezza ossessionano chi lo guarda a lungo, come dice Biamonti. Questa sensibilità e passione di Francesco per la musica si nota fin dal suo primo romanzo "L'angelo di Avrigue", penso "alla numero due", la musica del prigioniero, che viene eseguita dalla banda del paese durante la processione. Dice testualmente Biamonti: "Grave e segreta come la vita sul passo della terra, era la "numero due": lichenoso meriggio in cammino verso la sera", (6) dove ancora una volta poesia, musica e pittura si integrano e si fondono perfet-tamente. Alla presenza della musica vera e propria all'interno dei suoi romanzi bisogna aggiungere, poi, la ricerca da parte di Biamonti di parole particolarmente sonore, cariche cioè di vibrazioni e di risonanze arcane e suggestive. Talvolta questa sua costante ricerca fonica, per la sottigliezza delle sensazioni che riesce a evocare, ci richiama alla mente, come è stato già ricordato da Marco Grassano nella sua relazione introduttiva, Giovanni Pascoli, ma non il grande poeta delle piccole cose di cui parla Benedetto Croce, ma il padre della poesia del Novecento nei cui confronti tutti sono debitori, poeti e narratori, come ha giustamente dimostrato Pier Paolo Pasolini. Penso in particolare ai tonfi spessi e alle lunghe cantilene delle lavandare, al sottil tintinno come d'oro del pettirosso, alle stridule foglie e a un componimento intero di straordinaria suggestione evocativa, anche esso citato da Marco Grassano, "Il gelsomino notturno", in cui ogni immagine, ogni parola si isola nei suoi valori fonici e allusivi. In Biamonti questa continua, ossessiva ricerca di suoni, di luci e di colori è presente in tutta la sua produzione. Mi vengono in mente, nel suo primo romanzo, il gabbiano stecchito che, arenatosi sugli spini con le ali aperte, veniva pizzicato dal vento come le corde di una chitarra ed emetteva un suono rauco e lontano; oppure sempre in "L'angelo di Avrigue" la descrizione della magic hour, come viene chiamata nel linguaggio cinematografico, quando la luce crepuscolare avvolge nel suo sudario violaceo le zolle di terra che ricoprono il corpo di Jean Pierre, mentre il battito cardiaco di Martine, colto con la tenerezza di un'amante, dalla mano esperta di Laurence scandisce la pietà di cui è intrisa tutta la scena. Una pietà che con connotazioni diverse ora virgiliana, ora sofoclea, ora leopardiana ma sempre decisamente laica ritroviamo in tutta la sua narrativa.

Biamonti stesso, probabilmente, non sapeva per chi o meglio perché scriveva, forse per mettere ordine nella sua disordinata sintassi esistenziale o, più semplicemente, per raccogliere, nel giardino incantato della memoria, fiori rari e pregiati, o ancora per di-chiarare guerra e mettere a morte il "senso comune", essendo, per sua stessa esplicita ammissione, un anarchico e un libertario, o anche per tutte queste ragioni insieme e altre ancora. Una volta si lasciò sfuggire, lui così reticente, così restio a parlare di sé, che aveva iniziato a scrivere per un senso di colpa, per la consapevolezza di aver sprecato, fino ad allora, tutta o quasi la sua vita ("ho vissuto solo al 3%", aveva detto riprendendo una frase analoga di Montale); qualunque sia stata, però, la sua ragione più vera e più profonda, è fuor di dubbio che non possono essere né la gioia né la felicità che spingono a scrivere ma piuttosto un disagio profondo, un senso reale o presunto d’inadeguatezza, d'insoddisfazione e la volontà al contempo di cucire lo strappo, di curare la ferita che si è aperta tra noi e il mondo, o quanto meno di trarne conforto e consolazione, anche se la consolazione, poi, nel caso di Biamonti, finisce con lo scontrarsi necessariamente con la sua non comune lucidità intellettuale. La lucidità di chi si accorge che il mondo frana irrimediabilmente, e sprofonda ogni giorno di più: non a caso nell’ultimo romanzo compiuto “Le parole la notte”, a mio avviso, il suo libro più bello - il che accresce il rammarico per la sua scomparsa dal momento che probabilmente Francesco non aveva ancora dato il meglio di sé, in "Le parole la notte" dicevamo - si legge testualmente “La vita, sorta dall’abisso, nell’abisso ricadeva”. e in un altro passo: "È tutto un mondo edificato sulle le rovine e sui delitti ". (7)

Il Novecento, il cosiddetto secolo breve, infatti, è stato funestato da conflitti e terribili malattie ("la peste" di cui parlava Camus, uno dei suoi autori preferiti), da ineffabili efferatezze e ogni fede, infatti, ogni ideologia “gronda lacrime e sangue” per dirla con Foscolo, non a caso in "Il silenzio", romanzo pubblicato postumo e incompiuto, Biamonti, come dice chiaramente nell'intervista a Manuela Camponovo, posta alla fine del libro, avrebbe voluto raccontare i disastri delle ideologie morenti; purtroppo di questo libro possediamo solo ventinove cartelle, poche per intuire lo sviluppo della vicenda e il senso del romanzo, ma sufficienti per cogliere qualche barlume della sua arte a ulteriore conferma del suo straordinario talento: "Lo zirlo dei tordi nell'uliveto e il fruscio degli abiti, che cadevano, suonavano come di cristallo" e più avanti "Errava per terra una fulva agonia di foglie", (8) dove ancora una volta musica e pittura, colori e suoni si fondono in una scrittura decisamente sinestetica, e la sinestesia è una delle figure retoriche preferite da Pascoli; senza sentirci obbligati a un elenco di citazioni che ci porterebbe via tempo e spazio, ci limitiamo a ricordare "e del prunalbo l'odorino amaro" dove nella sinestesia si conclude quella straordinaria apertura di luce e di bianchezza, rappresentata dal sinonimo, desueto ma elegante, di biancospino. Del resto sempre Biamonti in un'intervista rilasciata ad Antonella Viale di "Il Secolo XIX" l'anno precedente nel 1999 e riportata anch'essa alla fine di "Il Silenzio" parlando del ro-manzo al quale stava lavorando dice di voler fare la musica delle parole stesse e di voler andare nel cuore dell'uomo, del suo inferno, musicalmente.

Tornando, però, alla sua visione del mondo, dolente e negativa, non meraviglia che il paesaggio da lui descritto, rechi segni evidenti di rovina e disfacimento: paesi semideserti o abbandonati, case fatiscenti o diroccate, finestre divelte e spalancate sul vuoto, campagne invase dalle erbacce e dai licheni, ulivi contorti, piegati dal tempo e assediati dai rovi, litorali saccheggiati e deturpati dal cemento e dall'incuria degli uomini, persino facce umane devastate, come quella di Luca in "Il silenzio" insomma, tutto un mondo che va in rovina, che sparisce e dilegua, condannato a morte attra-verso il suo fulgore, come dice Bertone, e accompagnato, aggiungo io, da una triste, funerea sinfonia di suoni, di accordi e di arcane vibrazioni. Un mondo di cui Francesco è stato testimone accorato e nostalgico cantore. C’è in lui sempre la nostalgia delle radici e delle origini, per andare lontano, per viaggiare, infatti, bisogna essere ancorati, radicati alla terra “c’è una promessa di immortalità per l’uomo amalgamato alla terra” (9) dice in “Le parole la notte”, senza quest’ancoraggio, infatti, non si viaggia ma ci si sposta soltanto e i nostri vagabondaggi, anche quelli intellettuali, finiscono con il perdere qualsiasi significato. In "Il silenzio" Biamonti va ancora più in là e dice: "Si rimane con una fame di terra... Avrei voluto una vita senza partenze: calpestare sempre lo stesso suolo" (10).

La sua presenza nel panorama letterario italiano è stata discreta ma incisiva; introverso e meditabondo, schivo e silenzioso, di una riservatezza al limite del mutismo, Biamonti non ha mai alzato la voce né ha frequentato i corridoi del "palazzo" di pasoliniana memoria o le vetrine e i salotti televisivi e anche quando era in compagnia degli amici più cari, il più delle volte, sembrava essere altrove, perduto nel delirio del mare o nella ferita di un tramonto che sanguina. Pur essendo vissuto, però, prevalentemente in disparte, senza rappresentare se non raramente la realtà storica, senza affrontare l'attualità, come qualcuno ingenuamente ha rilevato confondendo l'attualità con la cronaca e dimenticando che la grande arte è sempre attuale, dicevamo pur vivendo ai margini quasi della realtà,

Biamonti, non diversamente da Leopardi e da Montale, i poeti italiani a lui più cari, insieme a Sbarbaro, e con la medesima onestà intellettuale, ha espresso come pochi il senso complessivo di un’epoca e ne ha testimoniato la crisi profonda. Egli, infatti, con il suo linguaggio spoglio, scarno ed essenziale ma, come abbiamo detto, straordinariamente poetico, pittorico e musicale ha raccontato, meglio ancora, ha cantato il crepuscolo della civiltà occidentale e la condizione tragica e lacerata dell’uomo moderno. In questo viaggio drammatico, dall’esito incerto, che è la vita e che noi tutti, più o meno consapevolmente, con maggiore o minore dignità, siamo chiamati ad affrontare quotidianamente i suoi libri, senza dubbio di smentite, costituiscono un prezioso, insostituibile viatico.

1) Paola Mallone, Itinerario a Biamonti, Genova, De Ferrari, pag. 56
2) P. A. Valenti Intervista a Francesco Biamonti, in "Il messaggero", 4 settembre 1995
3) Francesco Biamonti, Attesa sul mare, Torino, Einaudi, 1994, pag. 4
4) Francesco Biamonti, Le parole la notte, Torino, Einaudi, 1998, pag. 55
5) Giorgio Ribaudo, Intervista a Biamonti, in "Il Cormorano" 2001
6) Francesco Biamonti, L'angelo di Avrigue, Torino, Einaudi, 1983, pag. 75
7) Francesco Biamonti, Le parole la notte, Torino, Einaudi, 1998, pagine. 192 e 197
8) Francesco Biamonti, Il silenzio, Torino, Einaudi, 2003, pagine 20 e 16
9) Francesco Biamonti, Le parole la notte, Torino, Einaudi, 1998, pagina 81
10) Francesco Biamonti, Il silenzio, Torino, Einaudi, 2003, pag. 29

Relazione alla giornata di studio su Francesco Biamonti, Alessandria 31 gennaio 2005

 

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