articoli su Francesco Biamonti
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di
FRANCESCO IMPROTA

Con la scomparsa di Francesco
il mondo sarà più buio per sempre

Quando nell’autunno del 1991 - non ricordo con esattezza la data, ma era una giornata umida e ventosa - sono andato all’auditorium del liceo A. Aprosio di Ventimiglia per la presentazione del romanzo “Vento largo” di Francesco Biamonti, confesso che poco o nulla sapevo dell’autore. Del resto lo scrittore di San Biagio aveva pubblicato precedentemente solo un libro “L’angelo d’Avrigue” la cui fama era rimasta circoscritta alla Liguria o alle regioni limitrofe, nel Mezzogiorno d’Italia, da cui provenivo io, Biamonti era un illustre sconosciuto.

Eppure è stato sufficiente che lo scrittore prendesse la parola, dopo le dotte ma accademiche disquisizioni dei relatori, per catturare la mia attenzione e il mio interesse; la sagacia delle argomentazioni, la ricchezza dei riferimenti e delle citazioni, la conoscenza particolareggiata ed approfondita della cultura europea e soprattutto la capacità di modulare la voce, bassa e velata, accarezzando di volta in volta i termini più appropriati, le espressioni più felici e suggestive e condendo il tutto con una ricca ed efficacissima strumentazione retorica hanno conquistato l’uditorio, evocando dinanzi ai loro occhi scorci paesaggistici di straordinaria bellezza e fantasmi poetici di grande impatto e suggestione.

Da quel giorno per me e, credo, per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo o meglio ancora di leggerlo la magia si è puntualmente ripetuta. Queste poche righe, ad una settimana dalla sua scomparsa, nascono come un atto d’amore e di gratitudine nei confronti di un poeta che mi ha riconciliato con una terra, la Liguria, bellissima ed affascinante ma troppo spesso fredda, distante e diffidente.

Nelle tante ore trascorse a parlare con lui, a tavola o dinanzi al “delirio del mare”, ho imparato a conoscere e ad amare questa terra ingrata, sospesa come una zattera tra cielo e mare, fecondata da stenti senza nome ma nobilitata da un paesaggio di rara bellezza e da una storia, lunga ed inimitabile, di poesie e di canzoni. A questa “linea ligure”, che annovera artisti come Sbarbaro, Montale, Boine e Calvino, Biamonti appartiene di diritto anche se ha rivendicato, sempre e giustamente, una sua autonomia e tematica e lessicale. Il paesaggio da lui descritto non è quello religioso di Boine né lascia intravedere varchi come in Montale, è piuttosto un paesaggio sospeso e metaforico, che simboleggia l’aridità della condizione umana e il baratro che si spalanca dentro e fuori di noi.

Un paesaggio descritto nei suoi aspetti più aridi e desolati – campagne invase dalle erbacce, ulivi assediati dai rovi, paesi abbandonati- e su tutto una luce che “rotola a blocchi sulle fasce”, scorpora lo spazio e dissolve il tempo, la cui durata è tutta interiorizzata. Anche il mare, che in precedenza aveva rappresentato una promessa di consolazione, negli ultimi due romanzi “Attesa sul mare” e “Le parole la notte”smarrisce qualsiasi funzione catartica: “L’angelo del disordine planava anche sul mare”. Inefficace risulta persino la memoria che non redime e non riscatta e che, insieme alla consapevolezza dell’irrecuperabilità delle sensazioni e del franare del tempo, accentua un senso di disagio e di precarietà, il presentimento o addirittura la consapevolezza dell’insignificanza del vivere. Il passato che cerchiamo di fermare, attraverso i ricordi, non è che fuga, decadimento e serve solo a svelare il vuoto che ci circonda.

Un mondo, quello descritto da Biamonti, contrassegnato dalla perdita d’antiche tradizioni e dalla lacerazione del tessuto socio-culturale, disseminato di segni sempre più frequenti di morte su cui, però, scende come un balsamo la pietà del poeta, una pietà che viene da lontano, più laica che religiosa che si deposita sulle cose, sugli uomini e sulle cose e che assume connotazioni virgiliane, sofoclee, ed, infine, leopardiane.

Più volte Biamonti è stato “accusato” da critici o lettori superficiali di scarsa aderenza alla realtà, di avere, in altre parole, trascurato l’attualità greve e limacciosa, ma costoro hanno confuso l’attualità con la cronaca ed hanno probabilmente dimenticato che l’arte, la vera arte, è sempre attuale. Biamonti è troppo esperto del male del mondo per aver bisogno d’ulteriori conferme dalla storia, e la stessa guerra in Bosnia, di cui parla in “Attesa sul mare”, è soltanto la materializzazione del male che incombe sul mondo in un tempo sempre più incerto, rassegnato a consegnarsi al suo naufragio.

“C’è in ogni terra il seme della morte, si vede bene in piena luce” e combattere contro questo male o soltanto resistere è garanzia di bene e di verità; è ciò che può dare senso e dignità alla nostra vita insignificante ed è proprio in ciò, a detta di alcuni critici, l’alta moralità di Biamonti; io credo, invece, che la moralità di uno scrittore s’identifichi con la qualità della sua scrittura. Sotto questo profilo Biamonti, attento studioso della fenomenologia in generale e di Merleau Ponty in particolare, spoglia la parola di tutti gli orpelli, le incrostazioni e le sovrastrutture e la riporta alla sua purezza primigenia in modo da cogliere la realtà nella sua essenza e nella sua nudità indifesa. Una prosa scarna, franta, prosciugata, modellata sulle rocce, intrisa di salsedine o modulata sul vento secondo i casi ma sempre capace di suscitare emozioni profonde e musiche remote ed aurorali.

Con la scomparsa di Francesco Biamonti si è spenta una delle ultime luci della letteratura italiana e tra le più luminose, da oggi e per sempre il mondo sarà più buio, ma l'arido lirismo della sua narrativa è la lezione che egli ci ha lasciato e che nessuno, credo, potrà dimenticare facilmente, anche se la nostra è una società in cui la domanda di poesia, purtroppo, è vicina allo zero.

Il Secolo XIX, 21/10/2001

 

 

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