Erminio
Ferrari
Fransè
Sono salito al Monte
con gli occhi d'un altro. I miei portavano un dolore
da accecare, sbarrati sul vuoto lasciato dalla morte
di Fransè. Come avrebbero potuto accogliere ancora
il tormento dell'ultimo sole?
Sulla valle gravavano nubi basse. Una luce autunnale
si rifletteva sul loro strato superiore, producendo
un abbaglio. Vi si perdeva un sentimento incerto.
Dovevo accomodare la staccionata che chiude lo spazio
della stalla, inchiodare i tonchi snelli e lunghi di
giovani larici tagliati nel fitto del bosco, dove l'assenza
di luce li costringe a filare verso l'alto, perdendo
forza e guadagnando in altezza.
Mansioni d'autunno, di stagione placata. Quella in cui
si consuma la lunga purificazione delle selve, che dà
colore nuovo alle foglie. Poi l'abbandono.
Ci davo di martello, le mani incollate dalla resina
delle giovani piante scortecciate. Pensavo alle mani
di Fransè, usate sempre con parsimonia. Per il
lavoro, per indicare, per portare alla bocca la sigaretta;
mai per accompagnare parole che bastavano a se stesse.
È uscito dal bosco un cacciatore. I miei colpi
riecheggiavano lo sparo della doppietta che si era levato
dall'alto del pascolo.
Dalla cacciatora pendeva la testa di un gallo forcello.
Ho saputo del tuo amico, mi ha detto, non ho mai capito
da dove arrivava.
Ha detto ancora qualcosa poi ha salutato.
Era l'ultima cosa che mi restava, se si può
chiamare cosa il sentimento che nutriamo per una persona.
II
Ci fu un'esplosione. Parve nella canfora. Un volo di
gabbiani si precipitò in cielo. Uno finì
a terra, in una pioggia di foglie che spandevano attorno
il loro odore penetrante.
– O Fransè, cosa ti salta in testa?
L'albero, a suo modo solenne, era il pascolo d'autunno
dei gabbiani. L'animavano i garriti degli uccelli che
se ne disputavano le bacche. Sgarìtt li chiamavano
i barcaioli senza degnarli troppo, tirando di preferenza
ai germani, di più recente colonizzazione e di
carne migliore.
Raccolse da terra l'uccello caduto, non era un gabbiano.
Era una tortora. Non sanguinava, l'aveva uccisa lo spavento.
– Fransè.
Fermò il cancello, che le raffiche di inverna
facevano sbattere, e tornò a chiamare.
Toccò la porta di casa e quella si aprì.
– Vieni fuori bracconiere.
Sentì come dei passi sulla ghiaia, ma nessuna
voce. Si voltò ed era il cane.
Chiese ancora permesso prima di entrare. Il cane si
infilò tra lui e la porta e si accucciò
sul tappeto dell'ingresso, la testa posata sulle zampe,
un'attesa nello sguardo.
– Dov'è il tuo padrone?
Uscì dall'appartamento del custode e provò
all'ingresso della villa. Aperto anche quello.
Strano, Fransè lo aveva chiuso da quando i Koen
se n'erano andati, lasciandogli la villa in custodia.
La tiene bene, dissero congedandosi, intendendo “tenga”.
Non erano più tornati sul lago, ma i vaglia arrivavano
puntuali alla fine di ogni mese, i pagamenti per le
riparazioni anche.
Fransè apriva la villa solo agli artigiani che
si occupavano della manutenzione. E per prendere un
libro dalla biblioteca, e riporlo. Mi basta dove sto,
diceva.
– Sei qui, Fransè?
No, se quel silenzio era una risposta.
Scese alla darsena e poi uscì nel parco, seguito
dal cane.
Una scala era appoggiata al tronco di uno svettante
arbutus menziesii, il vanto botanico di un parco altrimenti
ordinario. Fransè se lo era preso a cuore, sfrondandolo
per salvarne le estremità dal gelo, tamponando
col mastice il tronco rimasto cavo. L'albero saliva
torcendosi sul fusto nudo, la corteccia aperta come
una ferita.
Mi sembra un San Sebastiano, aveva detto una volta,
e aveva riso: a me, che non ho santi.
L'Ape era nel garage.
_ Allora digli che sono passato, disse carezzando
la schiena del pastore bernese.
III
Le tuje morivano una a una. Il contagio era arrivato
con le partite di giovani piante che i giardinieri scaricavano
dai camion dei vivaisti. Forse era nascosto nelle zolle
d'argilla, forse era un parassita dormiente che l'aria
del lago risvegliava.
E' la loro peste, diceva Fransè indicando dall'Ape.
Un giorno intero avevano pellegrinato lungo le curve
della strada che risale il lago. Come andare per cimiteri
sotto i morti. Contar lapidi, ritrovare assenze. Dove
non erano ancora intervenuti i monatti delle motoseghe,
le punte rosse delle piante morte si alzavano sopra
i muri che chiudono i parchi del lago.
E' una morte tenace, considerava Fransè. A lungo
le piccole foglie imbricate restavano attaccate al ramo.
«La pianta le genera e loro le fanno da abito
funebre».
– E la nostra è una morte di stracci, aggiungeva
con un sorriso obliquo.
Lo specchietto esterno rifletteva il muso sereno del
bernese, affacciato dal cassone dell'Ape. Riconoscente
per la gita, il naso puntato su fragranze forestiere.
Al doganiere svizzero che seriamente considerava la
possibilità di rimandarli indietro nonostante
tutti i documenti fossero a posto (Ape, cane e tutto),
Fransè aveva spiegato che le frontiere non fermano
i contagi. «Ne ho contate otto da qui ad Ascona,
solo nelle ville del lago. Ci faccia caso quando torna
a casa, muoiono ora che è primavera».
Ad Ascona avevano lasciato l'Ape in un parcheggio tra
edifici lustri di cristalli, custodito dal bernese.
Non che quel posto gli piacesse. Lo incuriosiva, piuttosto,
il suo carattere di sanatorio di idee e figure che altrove
non attecchivano, un altrove non per forza geografico:
bastava essere o essere stati nel posto sbagliato della
storia per doversi cercare un rifugio.
– Jorge Semprun, diceva Fransè, ne aveva
riconosciuto la frivolezza. E dopo Buchenwald era la
sola cosa che poteva salvarlo.
Ricordava le parole di quel guerriero convalescente,
la "felicità vuota e caliginosa" che
gli dava un caffè sorbito sul lungolago di Ascona,
davanti a un lago scintillante sotto un sole invernale.
E si salvò.
Avevano bussato al Museo comunale. La donna che aveva
aperto gli si era rivolta in tedesco.
Ma signora, siamo poveri italiani, aveva sorriso Fransè.
Aveva sorriso anche lei, riconoscendolo.
Erano rimasti a lungo davanti alla Città dolente,
che Marianne Werefkin aveva dipinto nel '30. L'acqua,
ma poca e scura al margine inferiore della tela, poteva
essere quella del suo mare, di Fransè, o di questo
lago (vi galleggiava un borchiello), da cui si alzava
una piramide irregolare di case, come quelle di un paese
ligure, e ai margini due pareti scure alte come la tela,
che si aprivano in mezzo su una lontana montagna di
luce. Una confidenza di donne sulla riva si accordava
con un bisbiglio al silenzio dei colori.
Tutto incombe in tragedia, e il disastro che si annuncia
ha un volto di luce, aveva detto Fransè quasi
sussurrando.
– E il primo morto è il silenzio, aveva
scherzato congedandosi dalla donna, mentre una musica
commerciale arrivava dalla strada.
Poi le tuje, e un giorno noi.
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