FABER E FRANCÉS
di
Virginia
Consoli
Personaggi:
Faber ( Fabrizio De André ), un alter ego
Francés ( Francesco Biamonti ), un alter ego
La Narratrice- Cantante
Il Musicista
S C E N A
Un posto non ben definito, con pochissime connotazioni.
Può essere una sorta di oltre-mondo, di limbo,
di luogo-che-non-è –in-nessun-luogo. Se
si possono usare i fumi, è meglio. A lato due
sedie, su cui si posizioneranno gli alter-ego di Faber
e Francés; accanto alle sedie, montagne di libri
e appunti affastellati. Dietro, su impalcature provvisorie,
ricoperte da teli, quadri che rappresentano paesaggi
liguri. Al centro, sedie per la Narratrice-cantante
e per i suoi musicisti.
Non appena si apre il sipario, partono in sottofondo
le note introduttive di “Creuza de ma”,
per qualche istante. I personaggi entrano e si collocano
nelle loro postazioni. Vengono illuminati lateralmente,
con diverse luci. Quando i personaggi cominciano a parlare,
la musica cessa.
FABER ( al pubblico : La canzone…è una
vecchia fidanzata con cui passerei volentieri tutto
il resto della vita, sempre nel caso di essere ben accetto,
ovviamente.
FRANCES ( c. s. ) : Scrivo per il motivo più
antico del mondo, per cui si è sempre scritto:
cercare di imprigionare il canto delle sirene. Pensare
è un triste lavoro. Si scrive per colmare uno
spazio, perché non si è soddisfatti della
vita e del mondo. Scrivo per combattere i miei due nemici
mortali: il fatalismo e l’indifferenza.
LA NARRATRICE ( ad entrambi ) : Che cosa sono per voi
le parole? Come si può riuscire a comunicare
attraverso le proprie opere? Non è facile . Le
parole degli artisti devono comunicarci sempre qualcosa.
Come è possibile al giorno d’oggi? Ha ancora
senso parlare?
Cambio di luci. Qualche istante di pausa.
Primo Movimento- BLU-ACQUA- Il mare, i suoi viandanti,
la gente di mare, che passa e va. I naviganti, gli addii,
i distacchi e la solitudine.
FABER ( mentre parla, altre note, per pochi secondi,
di “Creuza de ma ) : Le parole sono come le gocce
del mare: vanno, vengono, si perdono nella distesa.
Il mare separa e unisce popoli e continenti: le parole,
lo stesso. Quando il mare separa stimola la fantasia
e il sogno, quando unisce, al momento dell’intrapresa
del viaggio, ti mette in rapporto costante con la realtà.
Per quanto mi riguarda, ho una duplice complicità
col mare: una pratica e una formalistica.
FRANCES: Il ligure è sempre andato per mare,
però malvolentieri. E’ difficile: per viaggiare
ci vuole un saldo ancoraggio, se no non si viaggia,
ci si sposta e basta. Tanto il viaggio è lungo
quanto l’ancora deve essere più profonda.
Le parole devono avere un senso, possono essere un’alternativa
alla solitudine, se riescono a sottrarci dalla sfera
del banale e a portarci in quella dell’autentico.
La parola ci fa cogliere l’essenziale, le poche
cose che contano.
LA NARRATRICE: Siamo qui stasera per dimostrarlo…
per vedere se in questo mondo che va così di
fretta, si ha ancora voglia di ascoltare…e di
narrare. Bisogna chiederci continuamente se le nostre
parole hanno ancora un senso.
FABER ( con entusiasmo ): Adoperiamo le nostre! ( A
Francés ) Io le tue…e tu le mie!
FRANCES : E non c’è niente di meglio della
solitudine che si vive in mare, del “male del
ferro”, per consentire di scorgere ciò
che conta nella vita, ciò che si vuole. Il mare
che porta la ferita inferta al nostro mondo, che ha
visto scontri, passaggi di gente disperata, residui
di un vecchio mondo che non esiste più, da celebrare
con una sorta di “messa laica”.
FABER ( recita Biamonti ) : “ Il mare ossessiona
chi lo guarda troppo a lungo, proprio per il suo sciogliersi
nell’eterno e nel nulla. Il mare non ha capitani:
è terra di mano morta.”
FRANCES ( recita De André ): “ I marinai
foglie di coca digeriscono in coperta/ il capitano ha
un amore al collo venuto apposta/ dall’Inghilterra/
il pasticciere di via Roma sta scendendo le scale/ ogni
dozzina di gradini trova una mano da pestare/ ha una
frusta giocattolo sotto l’abito da tè./
E la radio di bordo è una sfera di cristallo/
dice che il vento si farà lupo, il mare si farà
sciacallo/ il paralitico tiene in tasca un uccellino
blu cobalto/ ride con gli occhi al circo Togni quando
l’acrobata/ sbaglia il salto./ E le ancore hanno
perduto la scommessa e gli artigli/ i marinai uova di
gabbiano piovono sugli scogli/ il poeta metodista ha
spine di rosa nelle zampe/ per fare pace con gli applausi
per sentirsi più distante/ la sua stella si è
oscurata da quando ha vinto la gara/ di sollevamento
pesi.”
Buio. Canzone “ D’a a me riva”.
Luce di nuovo.
FABER ( c. s. ) : “ In mare ci si interroga,
ma si tace. Non si può chiedere perché
sono là a un centinaio di persone. Molte non
lo sanno nemmeno. Provvisoriamente uniti, a nome di
una scassata nave. Insopportazione, simpatia, affetti…
tutto è secondario. Coi mesi, gli anni, può
nascere un’amicizia che, sbarcando, intona la
sua melanconia.
Il mare aveva il colore rosa della costellazione di
Tauri, con turchini minacciosi, a chiazze. Ci si affezionava
a tutti i colori che non fossero l’azzurro. Salvo
a rimpiangerlo, se mancava da molto.
Sul mare ci si sente orfani, il navigante si strugge
per tutto ciò che ha lasciato e ricompone i conflitti
che a terra dividevano il male dal bene. Si scende in
una specie di grande valle, si entra in contatto con
l’universo e i messaggi che arrivano da terra
sembrano quelli di una cattedrale evanescente. Si getta
sul mare uno sguardo che ha sempre qualcosa di perduto.
L’uomo di terraferma crede che il marinaio sia
felice di andare, non sa che è intessuto di angoscia
e sogni e che gli sembra di percorrere una via che non
conduce a nessun luogo. Per questo si affeziona agli
strumenti che gli fanno tenere le rotte e lo porteranno
da qualche parte. Il marinaio non arriva mai nel suo,
non ha possessi, il suo sguardo anche più attento
è sempre muto. Parla per farsi compagnia, oppure
tace, e quando parla, spesso delira, non vuol convincere
nessuno.”
FRANCES ( c. s. ): “ E chiese al vecchio: “Dammi
il pane/ ho poco tempo e troppa fame” / e chiese
al vecchio : “Dammi il vino / ho sete e sono un
assassino”./ Gli occhi dischiuse il vecchio al
giorno/ non si guardò neppure intorno/ ma versò
il vino, spezzò il pane/ per chi diceva ho sete
e ho fame./ E fu il calore di un momento/ poi via di
nuovo verso il vento/ davanti agli occhi ancora il sole/
dietro alle spalle un pescatore.”
“ Ogni tre ami/ c’è una stella marina/
amo per amo/ c’è una stella che trema/
ogni tre lacrime/ batte la campana./ E in mare c’è
una fortuna/ che viene dall’Oriente/ che tutti
l’hanno vista / e nessuno la prende./ Ogni tre
ami/ c’è una stella marina/ ogni tre stelle/
c’è un aereo che vola/ ogni tre notti/
un sogno che mi consola./ Bottiglia legata stretta/
come un’esca da trascinare/ sorso di vena dolce/
che liberi dal male./ Se prendo il pesce d’oro/
ve la farò vedere/ se prendo il pesce d’oro/
mi sposerò all’altare.”
FABER : “ Il mare compensa tutto. O no, non crede?
FRANCES: Anche il mare è breve sogno.
FABER: E allora il resto?
FRANCES: Non le so dire.”
LA NARRATRICE : Un continuo errare, quello per mare.
Un vagabondare che non ci dà punti fermi, ma
che, per fortuna, ci consente anche di non giudicare.
E di unire popoli e genti. Di osservare la sofferenza
di coloro che sono passati per il mare cercando un tempo
migliore, un mondo migliore.
FRANCES : E’ il nostro tempo ad essere malato
: il male che si specchia nel cielo stellato è
l’Oriente e l’Occidente a sud degli uomini,
come una terra libera; il sogno stesso diventa quasi
sapere e sembra che dia pace. Il cielo stellato ha la
stessa funzione del mare, con maggior senso di protezione.
Concilia l’uomo con l’eternità.
FABER : Il mare è come una lingua universale,
che insegna a considerare tutti e tutto uguali, senza
diversità. Quando lanciai la sfida di “Creuza
de ma”, la immaginai come una piccola odissea
dal Bosforo a Gibilterra. Ho pensato a una Genova sorella
dell’Islam. Dovevo quindi creare un linguaggio
che unisse tutti i popoli. Una volta individuati gli
strumenti per le mie canzoni dovevo adottare una lingua
che vi si adagiasse sopra, che evocasse atmosfere attraverso
fonemi cantati. La lingua più adatta mi è
sembrata fosse il genovese, con i suoi dittonghi, i
suoi iati, la sua ricchezza di sostantivi tronchi, che
puoi accorciare e allungare…quasi come il grido
di un gabbiano. Non volevo parlare solo dei marinai
emigranti, ma di tutti i popoli che testimoniano la
loro sofferenza passando per il mare.
Buio. Qualche nota di “Sidun”. Luce di
nuovo quando la musica smette.
FRANCES : Passaggi che rivelano il dramma e la solitudine
dell’uomo.
LA NARRATRICE : Mare che testimonia quindi il dolore
di essere soli.
FRANCES: Il dramma vero è il mondo che si disgrega,
i cui segni si trovano in mare ma anche in terra. La
solitudine, per me, non è una condizione di infelicità.
Si dialoga coi morti, con le pietre, con gli alberi.
Se si riesce a dare voce all’inespresso si può
sfidare l’isolamento. Si tratta solamente di far
parlare le cose che di per sé non hanno voce.
E solo la solitudine, che per me è come la candela
accesa nella notte, può farci scorgere ciò
che resta del giorno, l’essenziale , ciò
che vale la pena ricordare e conservare nella memoria.
Per questo io lavoro di notte: interiorizzo la realtà
dopo il rumore del giorno e ne faccio un bilancio, che
porto nella mia scrittura. Non è un’apertura
verso un mondo altro: è un’analisi di questa
realtà, ciò che veramente mi interessa.
FABER ( incuriosito, a Francés ): Anche tu scrivi
di notte? ( Francesco annuisce ) L’unico status
mentale, spirituale e talvolta necessariamente fisico,
in cui si riesca ad ottenere un contatto con l’assoluto,
dentro di sé e fuori di se stessi è proprio
la solitudine. Intendo questa come scelta, non l’isolamento
che è sinonimo di abbandono e quindi un’alternativa
operata dagli altri. Personalmente mi considero una
minoranza di uno e spesso trovo nella solitudine, il
modo migliore, forse l’unico per preservarmi da
attacchi esterni, tesi anche inconsapevolmente ad interrompere
il filo dei pensieri o a disturbare le sempre più
rare vertigini di qualche sogno. Aggiungo che riuscendo
a vivere in solitudine, se ci si esime dall’essere
condizionati dal ronzio collettivo, ci si esenta anche
dal condizionare gli altri.
FRANCES : “ Se tu gridi, il mondo tace”.
FABER : Esatto. L’uomo deve superare grandi disagi:
il primo quando nasce e deve imparare a convivere con
elementi a lui estranei; il secondo quando scopre la
paura della morte e, infine, la solitudine per scelta.
Accettandoli tutti e tre si arriva ad una profonda maturazione
spirituale. Soltanto chi è davvero solo è
libero.
LA NARRATRICE : Come si fa per essere delle anime veramente
“salve” , spiriti solitari? Chi sono questi?
FABER : Il meglio della cultura viene sollecitato da
persone che si trovano in minoranza e che proprio per
i loro doni vengono emarginate e all’occorrenza
perseguitate. Possono essere coloro che nascono con
caratteristiche esteriori appartenenti a un sesso che
non corrisponde alla loro identità più
profonda… i “diversi”, gli stranieri,
che non vengono mai visti come un qualcosa che ci possa
arricchire spiritualmente. Ne ho parlato spesso, ne
ho frequentati tanti. Ho sempre avuto poche idee, io,
ma in compenso ben fisse.
FRANCES: “ Alta sui naufragi/ dal belvedere delle
torri/ la maggioranza sta/ recitando un rosario”.
FABER : “ Di millenarie paure”
FRANCES : “Di ambizioni meschine”
FABER : “Di inesauribili astuzie/ coltivando
tranquilla/l’orribile verità/ delle proprie
superbie/ la maggioranza sta/ come una malattia.”
FRANCES : “ Come una sfortuna.”
FABER : “ Come un’anestesia.”
FRANCES : “Come un’abitudine/ per chi viaggia
in direzione ostinata e contraria/ col suo marchio speciale
di speciale disperazione/ e tra il vomito dei respinti
muove gli ultimi passi / per consegnare alla morte una
goccia di splendore/ di umanità di verità.”
FABER : “Ricorda Signore questi servi disobbedienti/
alle leggi del branco/ non dimenticare il loro volto/
che dopo tanto sbandare/ è appena giusto che
la fortuna li aiuti/ come una svista.”
FRANCES : “Come un’anomalia”.
FABER : “ Come una distrazione”.
FRANCES : “ Come un dovere…”
Canzone “Princesa “.
FRANCES ( a Faber ) : Forse è anche per questo
che io e te siamo dei personaggi scomodi. Io ho sempre
pensato che sia fondamentale la lucidità, che
non è razionalità: è tutto quello
che ti fa vedere la vita così com’è,
senza infingimenti. E che ti fa parlar chiaro.
FABER : Io spesso “mi sono visto di spalle che
partivo”, come rifiuto di un’identità
anagrafica imposta dall’autorità che vuole
tutti al proprio posto a suo piacimento.
LA NARRATRICE : In questi viaggi, fisici e morali,
che cosa si lascia a terra più malvolentieri?
FABER : Gli affetti, le radici…le donne.
Cambio di luci. Pausa per qualche istante.
Secondo Movimento- ROSSO- FUOCO- Le passioni e gli amori:
le donne, i romanzi e le canzoni.
FRANCES: Mah…io mi innamoro sempre con una certa
cautela. L’amore è mortale. Mi piace contemplare
l’amore, ma quando lo vivo mi dà un po’
d’angoscia. L’amore è un’infermiera
celeste che può accompagnare l’uomo fino
alla morte. E ‘ una delle cose fondamentali della
vita cui l’uomo si aggrappa, come ad un contro-terrore
al male di vivere.
LA NARRATRICE ( a Francés ) : E’ per questo
che non ti sei formato una famiglia?
FRANCES: Io non ho nessuna fiducia nel futuro. Scompariremo.
Che senso aveva fare dei figli? Tanto… ( indicando
Faber ) c’è lui che ha pensato per tutti
e due.
( Faber ride ).
FABER : Per me le donne, soprattutto quand’ero
giovanissimo, erano qualcosa da prendere e fare, nel
senso letterale del termine, senza tanti corteggiamenti.
Ma non per questo non le rispetto. Nella mia vita hanno
avuto un’importanza fondamentale. Non sono mai
oggetto passivo del desiderio. Sono persone “vive”,
vittime di tre grandissimi sacrifici: la maternità,
la verginità e l’egoismo maschile. E poi
le amo perché sono delle perdenti, in quanto
nate donne. Ne ho narrate tante, mai secondo i clichés
dei loro ruoli imposti dalla società. In fin
dei conti, chi è oggi una donna perbene? Una
donna che si è spogliata delle favole che le
hanno messo in testa da piccola e che segue la propria
coscienza senza essere influenzata da una morale comune
o religiosa.
FRANCES: La bellezza delle donne è un grande
dono, è un richiamo crudele, ma anche il più
dolce che ci sia. E’ una bellezza che fa quasi
male e che nasconde in sé, un senso di morte.
La donna porta la vita, ma può essere anche dispensiera
di morte. E spesso, forse per afferrare gli ultimi brandelli
di vita, si abbandonano a facili amplessi occasionali,
che lasciano però un senso di vuoto. Il sesso
porta con sé anche una componente funebre, perché
la metamorfosi avviene velocissimamente: dopo una forte
intensità sessuale c’è sempre un
senso di vuoto e di tristezza. Noi siamo sempre diversi,
giorno per giorno, la nostra identità è
precaria: nel sesso spesso si rischia di perdersi. Ma
la donna non è mai monotona, né semplicistica.
Ha numerose facce, che noi uomini non abbiamo.
FABER : E sono aliene dalla violenza. Sapete che su
mille omicidi solo cinquanta sono commessi da una donna?
E nella vicenda di Tangentopoli perché le donne
dei partiti o delle amministrazioni pubbliche non hanno
rubato nemmeno una lira?
Qualche nota di “Marinella “ in sottofondo.
FABER ( la musica tace ) : “ Jean-Pierre aveva
la fronte intatta. Un’elitra di libellula lo accarezzava
ad ogni spiro del vento. Sopra la rocca, da cui era
precipitato, un orlo rado di pini aleppensi e un prominente
arbusto più scuro accennavano dei sussurri.
Giunsero i carabinieri. Poi anche la madre. Si sarebbe
detta di pietra se non avesse mormorato: “ Epargne-moi
ce nouveau chagrin, ne me fais plus souffrir!”
come se fosse stato vivo e colpevole.”
FRANCES : “Piango di lui ciò che mi è
tolto/ le braccia magre, la fronte, il volto,/ ogni
sua vita che vive ancora/ che vedo spegnersi ora per
ora./ Figlio nel sangue, figlio nel cuore,/ e chi ti
chiama “Nostro Signore”/ nella fatica del
tuo sorriso/ cerca un ritaglio di Paradiso./ Per me
sei figlio, vita morente/ ti portò cieco questo
mio ventre,/ come nel grembo, e adesso in croce, / ti
chiama amore questa mia voce.”
FABER : “ Sabèl lo guardò con occhi
lievi- iridi di un colore lontano, di mare, d’oltremare.
Che cosa non avrebbe fatto per quegli occhi soffusi
di tenerezza, per quella fronte un po’ reclina!
Era una donna al colmo dello splendore e faceva sempre
strane domande inquiete.
Andò sola per il sentiero. L’ultimo oro
si spegneva nell’aria mossa. Le vennero in mente
certi alberi, la sera, a Luvaira, stretti dal cielo
in una sorta di idillio. Erano mandorli davanti ai casolari.
Non arrivò sino in riva al mare. L’oscurità
sui cespugli si animava: il biancheggiare del corpo
di sua madre, il suo volto scontento ma dolce…
il passeur morto, con l’iris accanto, la scoperta
del testamento ch’era suo padre, l’eredità
del casolare e del piccolo conto in banca.
“ Perché sono fuggita?” si chiedeva.”
FRANCES: “ Nel suo posto in riva al fiume/ Su
zanne ti ha voluto accanto/ e ora ascolti andar le barche/
e ora puoi dormirle al fianco,/ sì lo sai che
lei è pazza/ ma per questo sei con lei./ E ti
offre il tè e le arance/ che ha portato dalla
Cina/ e proprio mentre stai per dirle/ che non hai amore
da offrirle/ lei è già sulla tua onda/
e fa che il fiume ti risponda/ che da sempre siete amanti./
E tu vuoi viaggiarle insieme ciecamente/ perché
sai che le hai toccato il corpo,/ il suo corpo perfetto
con la mente.”
Canzone “Nancy”.
FABER : “Chissà se è calma, infelice,
o nervosa, - pensava, - chissà com’è
Clara…” L’aveva lasciata che un’ombra
di malinconia le percorreva la fronte, gli occhi pagliettati
di sole.
Clara l’aveva conosciuta alla foce di un torrente,
fra polverosi campi di lino. Tornava dal mare ed era
di una gioiosa freschezza. Lei di quel primo incontro
non si era mai ricordata. Poi l’aveva rivista
dopo dieci anni ed era tutta ripiegata su se stessa,
la testa china sul collo esile, ma sotto l’abito
lasciava indovinare delle onde, degli slanci, un’armonia
gelosa. Rispondeva con ironia se le si parlava. L’unico
argomento che accettava era il mare. Lo sognava notte
e giorno.
Gli si diede senza una parola. Le palpebre ancora abbassate,
gli domandò se voleva che si cercasse un altro.
Una luce a chiazze le pioveva addosso, dorava una gamba
piegata e un braccio posato sul seno. “Guardala,-
disse a se stesso-, in questa luce che la cerca, nel
suo abbandono. E ricordala”. Poi lei si alzò.
Lo splendore le scendeva dai capelli lungo la schiena.
Andò a rivestirsi in un angolo, in un mosaico
d’ombre.
- Ci rivedremo, - disse.- Se non vuoi perdermi sai come
fare.”
FRANCES: “Hanno detto che Franziska è
stanca di pregare/ tutta notte alla finestra aspetta
il tuo segnale/ quanto è piccolo il suo cuore
e grande la montagna/ quanto taglia il suo dolore più
di un coltello, coltello/ di Spagna./ Tu bandito senza
luna senza stelle senza fortuna/ questa notte dormirai
col suo rosario stretto intorno al tuo fucile./ Hanno
detto che Franziska non riesce più a cantare/
anche l’ultima sorella tra un po’ vedrà
sposare/ l’altro giorno un altro uomo le ha sorrise
per strada/ era certo un forestiero che non sapeva quel
che costava./ Marinaio di foresta senza sonno e senza
canzoni/ senza una conchiglia da portare o una rete
d’illusioni.”
FABER : “Partì e scese per le curve, poi
per il lungo dosso profilato contro il mare. La notte
univa le cose: massi, cespugli e mare da cui si staccava
qualche traccia fosforescente. Nei fari apparve una
donna che cercava di nascondersi dietro un ginepro:
tentava di arrampicarsi per la ripa, ma scivolava. Le
era caduta la borsa.
Leonardo si fermò, istintivamente.
-Non abbia paura, non fugga.
Lei raccolse la borsa. Lui le aprì la portiera.
Rimise la marcia. Era minuta e bionda. Parlava un italiano
stentato. Era bosniaca.
-Viene dal bar?- le chiese.
-Ero nel bar. Ma ho preferito scendere a piedi, non
aspettare che qualcuno mi portasse.
Sull’Aurelia illuminata la vide meglio: un bel
profilo, delicato e gli occhi stanchi. Quasi senza seno.
Le chiese dove voleva essere lasciata.
-A una fermata del filobus.
I filobus di notte erano rari. Guardarono un tabellone:
c’era da aspettare un’ora. Le chiese dove
voleva andare. Abitava in una città che si trovava
ad una ventina di chilometri.
-Risalga in macchina che l’accompagno.
Indossava un corto soprabito che lasciava le gambe scoperte,
e aveva un luccichio nei capelli e un odore combinato
di tabacco e di essenze. Passarono due capi rocciosi
e due cittadine in cui erano sopravvissuti eucalipti
e palme. All’ingresso della città, in cui
lei abitava, la strada era costellata di ragazze seminude.
Una era principesca.”
FRANCES : “ Via del Campo c’è una
puttana/ gli occhi grandi color di foglia/ se di amarla
ti vien la voglia/ basta prenderla per la mano./ E ti
sembra di andar lontano/ lei ti guarda con un sorriso/
non credevi che il paradiso/ fosse solo lì al
primo piano./ Ama e ridi se amor risponde/ piangi forte
se non ti sente/ dai diamanti non nasce niente/ dal
letame nascono i fior.”
FABER : “ Lei disse che aveva visto in quel momento
Veronique uscire di casa. Aspettarono che arrivasse,
ma non arrivava. Leonardo andò a cercarla nel
giardino. L’aria batteva sulle rocce e vorticava
negli iris. Lei stava genuflessa sopra un uomo al di
là di quegli steli: si sorreggeva sulle braccia,
la testa rovesciata, e si staccò bruscamente,
profilo teso, disertato dal piacere.
Se ne andò senza essere visto. I cespugli lo
proteggevano. La rupe coi suoi falchi era quasi di conforto.
Per strada rivedeva Veronique saldata alla terra. Poi
la immaginò che si rivestiva e parlava con dolcezza
nei turbini ocra del mattino. Era una pietra ferma.
Procurava sogni e viaggi. Lei non viaggiava.”
“Una donna sedeva tra le angeliche, mani bagnate
e una goccia sul mento. La donna parve incantata, la
fronte senza tempo. Si alzò in piedi. Un sorriso
che sembrava dire: ho capito chi lei può essere;
un volto reso severo dall’azzurro che aveva dietro.
La luce le cadeva addosso da altezze diverse, a intervalli
ineguali.
All’improvviso le vide. Entravano nella piazza
dal lato del sole. Una gamma di pastelli, una aveva
il viso forte e l’altra delicato. Come bellezza
si equivalevano. Da portare un uomo alle soglie di un
mondo in cui non si poteva entrare.”
FRANCES: “ Anche la luce sembra morire/nell’ombra
incerta di un divenire/dove anche l’alba diventa
sera/e i volti sembrano teschi di cera./ Ma tu che vai,
ma tu rimani/anche la neve morirà domani/l’amore
ancora ci passerà vicino/nella stagione del biancospino.”
“ E fu la notte la notte per noi/ notte profonda
sul nostro amore/ e fu la fine di tutto per noi/ resta
il passato e niente di più./ Ma se ti dico “Non
t’amo più”/ sono sicuro di non dire
il vero/ e fu la notte la notte per noi/ buio e silenzio
son scesi su di noi.”
Canzone “Amore che vieni amore che vai”.
Buio
Cambio di luci alla fine della canzone.
Terzo Movimento- MARRONE – TERRA- Terre di confine
e di passaggio, gente in esilio, le etnie, i dimenticati
e gli emarginati.
LA NARRATRICE: La terra è forse ancora più
importante del mare, per voi. E’ come un punto
fermo, ma è anche una testimonianza del tempo
e delle genti che vi passano sopra.
FRANCES: Le rocce, gli alberi, il cielo sono per me
il simbolo della tragedia dell’Europa materialistica,
che non si accorge più di niente, di ciò
che accade, non sa più cosa dire…si perde
in diatribe socio-economiche, non sa o non vuol sapere
che c’è una massa di disperati che hanno
bisogno. Essere un uomo di terra significa avere la
consapevolezza della fragilità del proprio destino.
Sulle coste si svolgono faide politiche o religiose,
lotte di intolleranza.
FABER ( qualche nota in sottofondo di “Verdi
pascoli”, poi silenzio ): Sono cresciuto in campagna
e il mio sogno più grande non è mai stato
quello di diventare un grande cantautore, ma di avere
una tenuta tutta mia. Non guadagnavo più abbastanza
, e poi volevo interrompere la routine con un gesto
di libertà, anche perché sono convinto
che le canzoni scritte per se stessi e non per necessità
vengano molto meglio. Ho scelto di vivere in Sardegna
perché terra e mare convivono cuciti da uno stesso
destino. Quello dell’agricoltore è un mestiere
a tempo pieno…almeno che tu non voglia far partorire
le mucche nei week end. A parte la bellezza dell’ambiente,
che è fuori discussione, le varie etnie sarde,
pur nelle loro differenze, hanno ancora il rispetto
di valori fondamentali in cui credo anch’io, quindi
con loro mi ci trovo bene. E poi lì ho pur sempre
un’azienda agricola, che va seguita. Anche perché
non posso dire ai miei figli: “ciao, vi saluto
e vi lascio cinquanta canzoni a testa”. Non c’è
mafia né camorra in Sardegna, ma tutte bande
isolate, che commettono questi delitti, il più
famoso dei quali è il sequestro di persona. Ma,
per quanto ho sperimentato, i veri sequestrati sono
loro. Nei miei rapitori ho visto più una tribù
d’indiani che un’organizzazione mafiosa.
Ho vissuto il mio rapimento con una grande curiosità
e ho la capacità di rimuovere i lati più
sgradevoli di ogni esperienza: se tu cominci a non giustificarli
ne esci ridotto male. Allora è il tuo cervello
che seleziona e cerca addirittura di creare degli alibi.
Perché se trovi degli alibi a quello che ti tratta
male, ne esci pulito da un punto di vista psicologico.
E se ci riflettiamo bene, certe azioni, seppur malvage,
quando sono originate da cambiamenti socio-economici
troppo improvvisi, si possono capire. Se un pastore
vede continuamente sfrecciare sotto il suo naso moto,
jeep e camper ad un certo punto dice: “ma perché
io no?”.
FRANCES: Anche questo è l’emblema di un
mondo in disfacimento. Lo testimonia la mia terra, una
terra di confine, sospesa sull’abisso e sulla
precarietà, metafora di un mondo che si sta sgretolando,
come la fragilità del terreno. Rimangono solo
poche tracce della vecchia cultura contadina, del lavoro,
di un senso religioso della vita: i muri a secco, le
terrazze, gli ulivi.
FABER: “ Aurno, sei case, aveva tre grandi scalinate
di terrazze, fra le rocce, di buona terra: un’argilla
di medio impasto, che manteneva un’umidità
senza ristagni. Di rado si vedeva il sale sui lentischi
e sui rami degli ulivi.
Le case, disabitate, andavano in rovina. Dorate dal
silice ferroso, splendevano nella sera.
Se Luvaira era in decadenza, Aurno era morta. Luminosa
per via dell’altura, delle rocce e del sole; ma
ormai tenuta in mano dai “signori delle tenebre”.
Se ne andavano anche i segni cristiani: “madonnette”
sbreccate e ròse, e croci, sui bricchi, inclinate
dal vento.
Gli ulivi, carichi di seccume, anziché di folto
argento, s’illuminavano di un viola scarno, che
precedeva il buio della fine. Varì era l’ultimo
testimone di una vita che se ne andava.”
FRANCES: “Sopra ogni cisto da qui al mare c’è
un po’ dei miei capelli/ sopra ogni sughera il
disegno di tutti i miei coltelli/ l’amore delle
case l’amore bianco vestito/ io non l’ho
mai saputo e non l’ho mai tradito./ Mio padre
un falco mia madre un pagliaio/ stanno sulla collina
i loro occhi senza fondo seguono/ la mia luna/ notte
sola sola come il mio fuoco/ piega la testa sul mio
cuore e spegnilo a poco a poco.”
FABER: “Quell’uomo quasi vecchio e quasi
sacro spiegò che aveva camminato tutta la notte
per abbassarsi, per fuggire l’aria di neve( l’auro
de nèu ).
Parlava provenzale in una strana cantilena, con la cadenza
delle alpi marittime: a toni alti come singhiozzi seguivano
suoni in calando e strascicati, dolcezze da berceuse.
Gregorio lo invitò a scendere negli ulivi, ché
tanto erano abbandonati: danno non ne poteva fare. Ma
il pastore negò con la mano. I contadini non
amavano “lou pastre”, aggiunse. Al pastore,
a “lou pastre”, disse rassegnato, erano
destinati solo pietrischi e terreni magri, o quelli
rocciosi sul mare, ove cresceva un’erba dura come
spago e cespugli che nessuna bestia gradiva. Ma a chi
parlava? Agli angeli o a se stesso sembrava parlare
quell’uomo.”
FRANCES : “ Andava lento ma sicuro come gli antichi
portatori di sale, e forse per lo stesso loro sentiero.
Andava lento, ma andava, in mezzo a tutto quel sangue
di dio la cui vita si muove. Sparì fino alla
cintola oltre il crinale, poi fino alle spalle, poi
tutto quanto. Andava inesorabile. Non compiva giri a
vuoto, né si lasciava, come un marinaio, assediare
dal sogno.
Sono indulgenti i pastori, ma dopo il primo approccio
si fanno diffidenti, per troppa solitudine, e vanno
per la loro strada. Per troppa solitudine e anche per
quel sangue che li danna e li fa camminare da una luce
all’altra. E la sera tardi li tiene svegli. Quante
volte ne aveva visto il fuoco al di là della
stellata tenebra, mentre lui, a notte caduta, si attardava
a decifrare una morte, a leggere nel libro di un muto.
Loro non ne avrebbero nemmeno avuto il tempo.”
FABER: C’è un popolo che ha attraversato
tutte le terre e che meriterebbe il Nobel per la pace:
gli zingari. Sono gli unici a non essere mai scesi in
guerra contro nessuno. Sono i vinti per eccellenza,
i diseredati, girano il mondo da oltre venti secoli
senza armi, tra mille pregiudizi risalenti alle invasioni
dei barbari e alle guerre che si svilupparono attorno
all’anno mille. Gli psicologi chiamano il continuo
spostarsi senza meta “dromomania”, attribuendole
il significato di fuga dall’angoscia. Angoscia
che può essere la paura della morte. Certo, è
vero, gli zingari rubano. Però non mi è
mai capitato di leggere o sentire di uno zingaro che
abbia rubato tramite banca.
Canzone “Khorakhané”.
LA NARRATRICE ( a Francés ) : Spesso ti è
stato rimproverato di non essere un autore “impegnato”,
di eludere i problemi sociali e politici. Cosa ne pensi?
FRANCES: L’artista non deve avere una funzione
sociale. Il vero impegno è quello metafisico
e metastorico. Un corpo a corpo con l’angoscia
umana; l’impegno sociale non ha niente a che fare
con l’arte e, per giunta, è legato al momento.
L’artista deve porsi di fronte al mondo e deve
guardarlo senza schemi precostituiti.
FABER: Sono d’accordo. Io sono stato visto di
traverso dagli ambienti della destra, sono stato perfino
spiato, fino al 1976, dai Servizi segreti come filocomunista.
Ma io appartengo soprattutto a me stesso e non mi va
che mi si facciano i fumetti intorno, non lo sopporto.
Sono un anarchico individualista, che crede solo nella
propria libertà.
FRANCES: Ciò non significa che nel nostro universo
non ci sia attenzione per i problemi sociali. Vengono
alla ribalta prepotentemente, sotto i nostri occhi,
in continuazione, in questo tempo malato. Bisogna soprattutto
andare al cuore del male, perché solo così
si vede la realtà in profondità.
FABER : “ Il fuoco ardeva lento e custodito nell’uliveto.
Intorno, uomini accovacciati e donne avvolte da coperte
e scialli. E ombre tremule alle loro spalle.
Uno di quegli uomini levò la mano mostrando il
palmo nudo.
-Bonsoir- disse.
-Bonsoir, - disse Leonardo. E accostò a un muretto
il suo bastone. A quella mano disarmata l’altro
sorrise. Lieve. Ma vi tremava tutta la mestizia del
mondo.- Se cercate il confine, è più in
là nell’altra valle.
-Non possiamo restare? Siamo stanchi.
-Finché volete. Gli ulivi sono fatti per proteggere.
-Gli ulivi non sono Dio, - l’altro disse.
-Non sono Dio, d’accordo, ma è quanto qui
c’è di meglio- disse Leonardo.
Augurò la buona notte e se ne andò in
casa.
Non aveva paura. Conosceva chi fuggiva la propria terra
e vagava fra Italia e Francia. E quei tipi cupi e quelle
donne dal volto fine non erano né ladri né
assassini. Gli venne in mente l’uva d’inverno,
ancora attaccata alle viti, becchettata dalle passere,
sulla curva di un terrazzo, verso il ruscello. Al mattino,
gliel’avrebbe offerta.
Ma al mattino erano scomparsi. I sentieri erano deserti.
E la brezza, che muoveva la cenere, sembrava rovistare
nella tristezza degli uomini. “Buon viaggio!”
disse a bassa voce. E si riprese il bastone, ch’era
rimasto accostato al muro e si dorava al sole come le
pietre.”
LA NARRATRICE ( a Faber ) : E Genova?
FABER : Vengo da Amburgo, da Francoforte, dalla Sardegna…
e da Genova. Genova, che tutte le volte che sei fuori,
è una città da rimpiangere. Ci vivi fino
ai vent’anni, quando si “arde di inconsapevolezza”,
come dice un giovane poeta. E’ difficile lavorarci.
Te ne vai e dopo che te ne sei andato cominci a rimpiangerla.
Nei confronti di Genova ho un rapporto di amore-odio,
è una città bellissima, ma anche insopportabile,
dove contano solo gli status symbol tipo “ Quella
come nasce?”, una domanda alla quale ero solito
rispondere “Credo che nasca dall’utero di
sua madre!”
FRANCES: Genova è una città che volge
le spalle al mare, i genovesi vogliono imitare le metropoli
come Milano, si vergognano della pirateria. Per vedere
il mare da Genova bisogna salire molto in alto. A Marsiglia,
invece, il mare entra dappertutto, Marsiglia non si
vergogna, anzi.
FABER: Quello che mi ha sempre colpito del mondo dei
carruggi è stata l’abitudine alla sofferenza
e quindi la solidarietà. Erano solidali in qualsiasi
occasione, perché si trattava di sottoproletariato,
quindi neanche di una classe precisa, agguantabile da
quelli che erano i partiti politici tradizionali, era
un mondo che in qualche misura si difendeva dallo stato
e quindi io ci ho sguazzato dentro. Avevo già
delle idee politiche ben precise, ricavate da Brassens
che ascoltavo dalla mattina alla sera, grazie ai dischi
che mio padre mi portava dalla Francia, e lui descriveva
questo mondo, questi personaggi emarginati che poi io
ho ritrovato a Genova. La latitudine era un’altra,
ma sempre di quelli si trattava. E’ stata una
confluenza di diversi tipi di influenze, non disgiunte
da un certo tipo di carattere come il mio. ( Partono
in sottofondo alcune note di Jamin-a ) A Genova nessuno
ti urta un braccio, nemmeno in via del Campo. E’
un’area di emarginati, puttane, contrabbandieri
ma non ho mai visto una goccia di sangue né una
manifestazione di intolleranza. E ‘ una città
del Sud, visto che il ceppo ligure storico nasce da
radici etrusche, fenici, siamo mediterranei, imparentati
con gli arabi, i catalani, i provenzali. Io poi mi sento
più vicino a un turco che a un triestino. ( La
musica cessa )
FRANCES: “ Vi sono due Ligurie, una costiera,
con traffici di droga, invasa e massacrata dalle costruzioni,
e una di montagna, una sorta di Castiglia ancora austera;
io sto sul confine.”
FABER: “ Dopo un poco un’altra folata di
gente in cammino percorse la collina.
- Ma questa è una vera calamità,- disse
Corbières.”
FRANCES: “ – Può darsi che lo diventino
più in là. Ma qui sono innocui, hanno
paura. Bisogna stare un po’ attenti, questo sì.
Ti guardano, ti scrutano, poi chinano gli occhi e vanno.
Qualcuno più ingenuo ti chiede di portarlo in
macchina sino a Genova. Credono che Genova sia subito
lì.”
Canzone : “La città vecchia”.
Cambio di luci. Qualche istante di pausa.
Quarto Movimento- VERDE- ARIA- I pensieri, le riflessioni,
l’anarchia, i simboli della vita e della morte.
Il congedo.
LA NARRATRICE ( ad entrambi ) : Abbiamo parlato di tante
cose, ma non sappiamo ancora molto su di voi. Cosa ne
pensate della vita, della morte…so che non è
facile far parlare i liguri, ma so anche che, una volta
cominciato, è difficile fermarvi, soprattutto
quando vi sono degli argomenti che vi stanno particolarmente
a cuore.
FABER ( alla narratrice ) : Prova a farci qualche domanda
in più…noi vecchi lupi solitari con la
penna facile dobbiamo essere sollecitati, spesso. E
poi, di solito siamo poco sistematici…menomale,
se no diventeremmo tremendamente noiosi. Alla faccia
del mio professore di lettere del liceo che non mi dava
mai la sufficienza per una supposta “mancanza
di organicità” nei temi.
LA NARRATRICE ( ad entrambi ) : Avrei mille cose da
chiedervi. Ma quello che voglio ricordare qua stasera,
soprattutto, è l’importanza che le parole
degli artisti possono avere ancora in un ‘epoca
frettolosa e distratta come questa. Vorrei ricordarvi
nella maniera che vi descrive meglio. Anche per capire
il vostro intimo più profondo.
FRANCES ( fa una breve pausa ): Non ho una fede, ho
solamente un’esigenza di un al di là delle
cose che è il lirismo, la contemplazione delle
cose stesse. Amo viaggiare per impoverirmi, per spogliarmi
di ciò che non è necessario, non per arricchirmi
.
Non ho sogni nel cassetto. Io sono anarchico e individualista
e non credo nei giovani. Forse, però , in loro
c’è un’esigenza di ritornare a domande
intimistiche, anche perché non credono più
nel sociale e nel politico: questo per me è positivo,
sempre che arrivino alla forza dell’interiorità.
Per il resto, preferirei che per me parlassero i miei
libri. Io sono da cancellare. La mia vita non conta
nulla, i miei natali non hanno importanza, il mio paese
è insignificante. Si fa della letteratura perché
non si è contenti della vita. Non credo nelle
biografie.
FABER: Io mi ritengo religioso e la mia religiosità
consiste nel sentirmi parte di un tutto, anello di una
catena che comprende tutto il creato, e quindi nel rispettare
tutti gli elementi, piante e minerali compresi, perché
secondo me l’equilibrio è dato proprio
dal benessere diffuso in tutto ciò che ci circonda.
La mia religiosità non arriva a cercare di individuare
il principio, che tu voglia chiamarlo creatore, regolatore
o caos non fa differenza. Però penso che tutto
quello che abbiamo intorno abbia una sua logica, e questo
è un pensiero al quale mi rivolgo quando sono
in difficoltà, magari dandogli anche i nomi che
ho imparato da bambino, forse perché mi manca
la fantasia per cercarne altri. Mi considero un animista:
credo che esista uno spirito, un’anima in tutti
gli uomini, gli animali, i vegetali e gli stessi oggetti,
per il fatto stesso che tali oggetti sono o sono venuti
in contatto con lo spirito di un essere vivente. C’è
chi è toccato dalla fede e chi si limita a coltivare
la virtù della speranza. Il Dio in cui, nonostante
tutto, continuo a sperare è un’entità
al di sopra delle parti, delle fazioni.
FRANCES: E’ molto simile a quello che accade
anche in me: quando si vive in un secolo come questo,
che si è chiuso nel disonore e nella vergogna,
si diventa scrittori dello spazio, dove ci si può
rifugiare. E tutto ha un’anima, come i miei ulivi
con la loro purezza francescana. Lavorano notte e giorno,
sotto il sole e sotto le stelle per aggiogare la terra
al cielo.
LA NARRATRICE: E’ importante che una persona
abbia degli ideali? Che ruolo può avere ancora
uno che scrive, al giorno d’oggi ?
FABER : Io credo che un uomo senza slanci, senza utopia,
senza ideali sarebbe un mostruoso animale fatto di istinto
e raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica
pura.
FRANCES : L’artista, se non è un lacché
dei politici, un lacché della televisione, uno
da avanspettacolo, ce l’ha sì un ruolo.
Se scrive in modo onesto una prosa onesta sugli esseri
umani. Ce l’ha sì questo ruolo: restituire
l’emozione che dà il mondo, la vita, la
contemplazione della rovina, la contemplazione del sorgere
della vita.
LA NARRATRICE: Che cosa vi sgomenta di più ?
FABER: Sicuramente la morte…ma non tanto la mia
, quanto la morte che ci sta intorno… lo scarso
attaccamento alla vita che noto in molti miei simili,
che si ammazzano per dei motivi in realtà molto
più futili di quanto non sia il valore della
vita. Io ho paura di quello che non capisco e questo
proprio non mi riesce di capirlo.
Mi preme, più che altro, dire che le difficoltà
della vita bisogna affrontarle attraversandole perché
si possa diventare un uomo fino ad affrontare la peggiore
di tutte, ossia la morte. Amo gli autori che ci vogliono
dire questo: solo superando la paura della morte si
diventa immortali. Naturalmente, senza andarsela a cercare.
L’unico timore, forse, è quello di morire
senza stile.
FRANCES: Tutto è fatto per invecchiare. Ma questo
mondo è scomparso. Si ha paura di ciò
che non si sa. La morte non è ordine assoluto,
non è neppure un colpo secco…per me è
solo la disarmonia totale.
FABER: “ Sono comparse certe scritte l’altra
sera. Io le ho viste ieri. Sono impressionanti.
-Non ti impressionerai per delle scritte al giorno d’oggi?
-Son cose da folli, insulti alla ragione, -disse Edoardo
a bassa voce.
-E dove le hai viste?
-Sulle pareti dei palazzoni, nei tunnel e persino sui
muraglioni. Strane frasi: LASCIATECI MORIRE IN PACE,
per dirtene una. Frasi minacciose.
Ma chi erano quei laconici messaggeri, chi potevano
essere?
-Giovani smarriti, forse drogati o qualcosa del genere.
Una parte di gioventù si è sempre perduta.
Ma adesso sarebbe il colmo, adesso che sono liberi,
vi fosse una caterva di suicidi o di morti per droga.
Presero a camminare per la mulattiera. E Gregorio si
informò ancora di quelle scritte. Erano proprio
tutte inneggianti alla sparizione? Sparire, tentazione
che si era sempre accompagnata alla vita e sempre accarezzata
da qualche giovane disperato, era un processo solitario.
Quei giovani, dal leggero fardello, si portavano per
gioco sulla riva fatale.”
FRANCES: “Ho licenziato Dio/ gettato via un amore/
per costruirmi il vuoto/ nell’anima e nel cuore./
Le parole che dico/ non han più forma né
accento/ si trasformano i suoni in un sordo lamento./
Come potrò dire a mia madre che ho paura?/ Perché
non hanno fatto/ delle grandi pattumiere/ per i giorni
già usati/ per queste ed altre sere./ E chi,
chi sarà mai/ il buttafuori del sole/ chi lo
spinge ogni giorno/ sulla scena alle prime ore./ E soprattutto
chi/ e perché mi ha messo al mondo/ dove vivo
la mia morte/ con un anticipo tremendo?/ Come potrò
dire a mia madre che ho paura?/ Tu che m’ascolti
insegnami/ un alfabeto che sia/ differente da quello/
della mia vigliaccheria.”
Canzone “La domenica delle salme.”
LA NARRATRICE: Che ruolo può avere oggi la politica?
Come vedete la società?
FRANCES ( mentre parla, in sottofondo pochi istanti
dell’Introduzione di “Storia di un impiegato”
): Nessuna politica, nessun tipo di impegno sociologico
hanno mai risolto i problemi dell’uomo. E poi
la politica si nutre di frasi fatte, di risposte già
date. Un artista non deve esprimere giudizi se non provvisori
e può anche contraddirsi perché è
così la vita . Le mie frasi non sono né
una condanna né un duro monito ma solo la constatazione
di una realtà che è sotto gli occhi di
tutti. Per il futuro una mezza idea l’avrei: sono
anni che penso di andare sotto terra avvolto nel drappo
della Libre pensée.
Buio. Nel buio le parole della Narratrice: “
Vanno / vengono / ogni tanto si fermano/ e quando si
fermano/ sono nere come il corvo/ sembra che ti guardano/
con malocchio.”
Luce di nuovo.
FABER: Anni fa io scrissi un album intitolato Le Nuvole.
Il titolo e gli argomenti sono tratti da Aristofane,
chiaramente; le nuvole però, in questo senso,
sono da intendersi come quei personaggi ingombranti
che incombono sulla nostra vita economica, politica,
sociale, e il cui ruolo fondamentale è di intromettersi
fra noi e il cielo per nasconderci la luce del sole,
come fanno quelle nuvole che vanno e vengono senza neanche
darci il conforto di qualche goccia di pioggia. Sotto
questo viavai di cirri e cumuli si muove il popolo che,
per quanto gli è ancora concesso, continuerà
a farsi i fatti suoi, anche perché non dimostra
una grande vocazione alla protesta, purtroppo. Adesso
non c’è nessun tipo di risposta unitaria
da parte di chi subisce il potere. Il popolo non si
esprime più in maniera collettiva e la sua protesta
è come un coro di cicale.
LA NARRATRICE ( ad entrambi ): Ed e’ soprattutto
la religione della natura lo antidoto allo sfacelo e
all’indifferenza?
FABER : E al fanatismo.
FRANCES: Certamente. Il paesaggio è persona,
vive con noi.
FABER: “ Salì ai bordi del ritano. Gli
ulivi erano sempre più scarni, di una bellezza
quasi minerale, mano a mano che saliva. Sul crinale
le ramosissime e spinose calycotome: vi affiorava la
roccia e non vi cresceva altro che quel rigido arbusto.
Su quegli spini s’era arenato un gabbiano con
le ali larghe.
Si avvicinò a guardarlo.
Le palpebre erano incartapecorite, orlate di piume gialle
di pianto, le zampe rigide, il becco aperto in uno dei
suoi gridi gutturali e soffocati.
Era stecchito e insieme al ramo spinoso faceva da chitarra
nell’aria che turava, un suono rauco e lontano.
Notò che aveva perduto dal petto la leggera tinta
rosa.
Ma perché era venuto a finire su quelle crudeli
ginestre spinose una vita marina e celeste?
Qualcuno gli doveva aver tirato con uno schioppo , e
chissà da dove era venuto a trafiggersi in quell’arbusto.
Gli venne quasi voglia di togliersi il berretto prima
di proseguire.”
FRANCES: “ Cantami di questo tempo/ l’astio
e il malcontento/ di chi è sottovento/ e non
vuol sentir l’odore di questo motore/ che ci porta
avanti/ quasi tutti quanti/ maschi, femmine e cantanti/
su un tappeto di contanti/ nel cielo blu./ Figlio bello
e audace/ bronzo di Versace/ figlio sempre più
capace/ di giocare in borsa/ di stuprare in corsa e
tu / moglie dalle larghe maglie/ dalle molte voglie/
esperta di anticaglie/ scatole d’argento ti regalerò.
FABER: “ Nella luce indebolita le api tornavano
all’alveare sotto la tettoia. La luce s’andava
allontanando come un suono d’organo e lui pensava
alla regina, alle operaie, alle architette, alle bottinatrici.
“Monarchia o repubblica? O bande, sette e partiti
salgono e scendono come le maree sotto l’influsso
della luna?” C’era un ordine diverso. Pensava
all’ape che non aveva voluto pungere Cristo sulla
croce.”
FRANCES ( mentre Frances parla, Faber fischietta nel
microfono il refrain di “Canzone del padre”
da cui sono tratti questi versi ) : “ E ora Berto,
figlio della lavandaia,/ compagno di scuola, preferisce
imparare/ a contare sulle antenne dei grilli/ non usa
mai bolle di sapone per giocare;/ seppelliva sua madre
in un cimitero di lavatrici/ avvolta in un lenzuolo
quasi come gli eroi; / si fermò un attimo per
suggerire a Dio/ di continuare a farsi i fatti suoi/
e scappò via con la paura di arrugginire/ il
giornale di ieri lo dà morto arrugginito,/ i
becchini ne raccolgono spesso/ fra la gente che si lascia
piovere addosso.”
Breve strofa de “Il Girotondo”.
Buio per qualche istante. Luce sulla Narratrice.
LA NARRATRICE: 11 gennaio 1999, ore due del mattino.
Fabrizio De André muore all’Istituto Tumori
di Milano. Accanto a lui la moglie Dori Ghezzi e i figli
Cristiano e Luvi.
17 ottobre 2001, ore dieci del mattino. Francesco Biamonti
si spegne nella sua casa di San Biagio della Cima, a
causa dello stesso male. Accanto a lui i fratelli Enzo
e Giancarlo e i parenti più stretti ( verso entrambi
). A cosa serve tutto questo?
FRANCES : Vivere, soffrire e tutto il resto?
FABER: A niente. Non a niente in assoluto ma a niente
per quanto ci riguarda come individui che comprendono
solo ciò che possono distruggere. E in questa
infinita gratuità intravedo quello che ho sempre
cercato nell’anarchia: una libertà assoluta,
incomprensibile ed estranea alle nostre spiegazioni,
qualcosa che mi viene spontaneo chiamare Dio.
Luce anche su Faber e Francés che si alzano
dalle loro sedie. Si guardano con complicità
e si dirigono verso proscenio. Si siedono proprio di
fronte al pubblico.
FRANCES ( a Faber ) : Abbiamo veramente parlato a ruota
libera…d’altronde, noi possiamo offrire
solo le nostre parole... ( lo guarda con aria sorniona
) non potevo certo raccontare di tutti i tuoi interessi…e
degli scherzacci che facevi coi tuoi amici…delle
dormite fino alle due del pomeriggio…
FABER ( sta al gioco ) : Delle bevute giovanili di
Rossese, in compagnia…con conseguenze disastrose,
comprese di minzioni notturne in vari armadi…
FRANCES : Sei un bulimico di interessi…cucina,
agricoltura, il barocchetto… ( lo guarda con un
divertito rimprovero )…astrologia compresa…
Ma come!!
FABER : Guarda che non lo faccio per snobismo. E’
che io mi innamoro di tutto. Credo all’astrologia
ma non lascio certo che invada il mio destino. E’
a suo modo una scienza, che può spiegare eventi
clamorosi con le quadrature degli astri…tipo lo
scandalo Watergate! E’ sempre la ricerca di qualcosa
che ci spinge, ricordalo.
FRANCES: E cosa ne pensi della letteratura?
FABER: La letteratura per me è stata come il
nonno che non ho mai avuto. Da bambino cercavo qualcuno
che mi facesse crescere, che mi offrisse una migliore
capacità per esprimersi, ma la sera non avevo
nessuno che mi raccontasse delle storie e così,
invece della saggezza dell’uomo mi portavo a letto
un libro.
Così sono cresciuto.
FRANCES : Vorrei la certezza che i libri possano parlarci
ancora. Ma mi rendo conto che non abbiamo il diritto
alla certezza. E allora stiamo qua , con le nostre testimonianze.
Accomunati dal destino.
FABER: E dai premi. Se non sbaglio hai vinto anche
tu un premio intitolato a me! ( Francés annuisce
) Siamo qua… con la nostra riservatezza, la nostra
timidezza scambiata per scontrosità, con l’unica
regola di non avere regole.
FRANCES ( tira fuori dal taschino una scatola di sigarette
) : … e con le nostre sigarette!
FABER ( guarda il pacchetto avidamente ) : Dici che
si potrà qui?
FRANCES ( prendendo l’accendino per “inaugurare”
le sigarette ) : Ma sì… per fortuna qua
non c’è Sirchia che tenga… una nuvola
di fumo per avvolgerci , come una siepe leopardiana
per far spaziare meglio i nostri pensieri.
FABER: Ma non per questo ci impedisce di scorgere il
mondo.
FRANCES ( al pubblico ) : Lacerate quel velo.
FABER ( c. s. ) : Occorre vederci chiaro.
Pian piano si fa buio anche su loro due, oltre che
sul resto della scena. Si intravedono solo confusamente
le due fiammelle delle sigarette accese. Qualche nota
della canzone “Inverno”, che fungerà
da musica di ringraziamento.
Dopo qualche istante, buio completo e silenzio.
F I N E |