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FABER E FRANCÉS

di
Virginia Consoli

Personaggi:
Faber ( Fabrizio De André ), un alter ego
Francés ( Francesco Biamonti ), un alter ego
La Narratrice- Cantante
Il Musicista

S C E N A

Un posto non ben definito, con pochissime connotazioni. Può essere una sorta di oltre-mondo, di limbo, di luogo-che-non-è –in-nessun-luogo. Se si possono usare i fumi, è meglio. A lato due sedie, su cui si posizioneranno gli alter-ego di Faber e Francés; accanto alle sedie, montagne di libri e appunti affastellati. Dietro, su impalcature provvisorie, ricoperte da teli, quadri che rappresentano paesaggi liguri. Al centro, sedie per la Narratrice-cantante e per i suoi musicisti.
Non appena si apre il sipario, partono in sottofondo le note introduttive di “Creuza de ma”, per qualche istante. I personaggi entrano e si collocano nelle loro postazioni. Vengono illuminati lateralmente, con diverse luci. Quando i personaggi cominciano a parlare, la musica cessa.


FABER ( al pubblico : La canzone…è una vecchia fidanzata con cui passerei volentieri tutto il resto della vita, sempre nel caso di essere ben accetto, ovviamente.

FRANCES ( c. s. ) : Scrivo per il motivo più antico del mondo, per cui si è sempre scritto: cercare di imprigionare il canto delle sirene. Pensare è un triste lavoro. Si scrive per colmare uno spazio, perché non si è soddisfatti della vita e del mondo. Scrivo per combattere i miei due nemici mortali: il fatalismo e l’indifferenza.

LA NARRATRICE ( ad entrambi ) : Che cosa sono per voi le parole? Come si può riuscire a comunicare attraverso le proprie opere? Non è facile . Le parole degli artisti devono comunicarci sempre qualcosa. Come è possibile al giorno d’oggi? Ha ancora senso parlare?


Cambio di luci. Qualche istante di pausa.

Primo Movimento- BLU-ACQUA- Il mare, i suoi viandanti, la gente di mare, che passa e va. I naviganti, gli addii, i distacchi e la solitudine.

FABER ( mentre parla, altre note, per pochi secondi, di “Creuza de ma ) : Le parole sono come le gocce del mare: vanno, vengono, si perdono nella distesa. Il mare separa e unisce popoli e continenti: le parole, lo stesso. Quando il mare separa stimola la fantasia e il sogno, quando unisce, al momento dell’intrapresa del viaggio, ti mette in rapporto costante con la realtà. Per quanto mi riguarda, ho una duplice complicità col mare: una pratica e una formalistica.

FRANCES: Il ligure è sempre andato per mare, però malvolentieri. E’ difficile: per viaggiare ci vuole un saldo ancoraggio, se no non si viaggia, ci si sposta e basta. Tanto il viaggio è lungo quanto l’ancora deve essere più profonda. Le parole devono avere un senso, possono essere un’alternativa alla solitudine, se riescono a sottrarci dalla sfera del banale e a portarci in quella dell’autentico. La parola ci fa cogliere l’essenziale, le poche cose che contano.

LA NARRATRICE: Siamo qui stasera per dimostrarlo… per vedere se in questo mondo che va così di fretta, si ha ancora voglia di ascoltare…e di narrare. Bisogna chiederci continuamente se le nostre parole hanno ancora un senso.

FABER ( con entusiasmo ): Adoperiamo le nostre! ( A Francés ) Io le tue…e tu le mie!

FRANCES : E non c’è niente di meglio della solitudine che si vive in mare, del “male del ferro”, per consentire di scorgere ciò che conta nella vita, ciò che si vuole. Il mare che porta la ferita inferta al nostro mondo, che ha visto scontri, passaggi di gente disperata, residui di un vecchio mondo che non esiste più, da celebrare con una sorta di “messa laica”.

FABER ( recita Biamonti ) : “ Il mare ossessiona chi lo guarda troppo a lungo, proprio per il suo sciogliersi nell’eterno e nel nulla. Il mare non ha capitani: è terra di mano morta.”

FRANCES ( recita De André ): “ I marinai foglie di coca digeriscono in coperta/ il capitano ha un amore al collo venuto apposta/ dall’Inghilterra/ il pasticciere di via Roma sta scendendo le scale/ ogni dozzina di gradini trova una mano da pestare/ ha una frusta giocattolo sotto l’abito da tè./ E la radio di bordo è una sfera di cristallo/ dice che il vento si farà lupo, il mare si farà sciacallo/ il paralitico tiene in tasca un uccellino blu cobalto/ ride con gli occhi al circo Togni quando l’acrobata/ sbaglia il salto./ E le ancore hanno perduto la scommessa e gli artigli/ i marinai uova di gabbiano piovono sugli scogli/ il poeta metodista ha spine di rosa nelle zampe/ per fare pace con gli applausi per sentirsi più distante/ la sua stella si è oscurata da quando ha vinto la gara/ di sollevamento pesi.”

Buio. Canzone “ D’a a me riva”.
Luce di nuovo.

FABER ( c. s. ) : “ In mare ci si interroga, ma si tace. Non si può chiedere perché sono là a un centinaio di persone. Molte non lo sanno nemmeno. Provvisoriamente uniti, a nome di una scassata nave. Insopportazione, simpatia, affetti… tutto è secondario. Coi mesi, gli anni, può nascere un’amicizia che, sbarcando, intona la sua melanconia.
Il mare aveva il colore rosa della costellazione di Tauri, con turchini minacciosi, a chiazze. Ci si affezionava a tutti i colori che non fossero l’azzurro. Salvo a rimpiangerlo, se mancava da molto.
Sul mare ci si sente orfani, il navigante si strugge per tutto ciò che ha lasciato e ricompone i conflitti che a terra dividevano il male dal bene. Si scende in una specie di grande valle, si entra in contatto con l’universo e i messaggi che arrivano da terra sembrano quelli di una cattedrale evanescente. Si getta sul mare uno sguardo che ha sempre qualcosa di perduto. L’uomo di terraferma crede che il marinaio sia felice di andare, non sa che è intessuto di angoscia e sogni e che gli sembra di percorrere una via che non conduce a nessun luogo. Per questo si affeziona agli strumenti che gli fanno tenere le rotte e lo porteranno da qualche parte. Il marinaio non arriva mai nel suo, non ha possessi, il suo sguardo anche più attento è sempre muto. Parla per farsi compagnia, oppure tace, e quando parla, spesso delira, non vuol convincere nessuno.”

FRANCES ( c. s. ): “ E chiese al vecchio: “Dammi il pane/ ho poco tempo e troppa fame” / e chiese al vecchio : “Dammi il vino / ho sete e sono un assassino”./ Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno/ non si guardò neppure intorno/ ma versò il vino, spezzò il pane/ per chi diceva ho sete e ho fame./ E fu il calore di un momento/ poi via di nuovo verso il vento/ davanti agli occhi ancora il sole/ dietro alle spalle un pescatore.”
“ Ogni tre ami/ c’è una stella marina/ amo per amo/ c’è una stella che trema/ ogni tre lacrime/ batte la campana./ E in mare c’è una fortuna/ che viene dall’Oriente/ che tutti l’hanno vista / e nessuno la prende./ Ogni tre ami/ c’è una stella marina/ ogni tre stelle/ c’è un aereo che vola/ ogni tre notti/ un sogno che mi consola./ Bottiglia legata stretta/ come un’esca da trascinare/ sorso di vena dolce/ che liberi dal male./ Se prendo il pesce d’oro/ ve la farò vedere/ se prendo il pesce d’oro/ mi sposerò all’altare.”

FABER : “ Il mare compensa tutto. O no, non crede?

FRANCES: Anche il mare è breve sogno.

FABER: E allora il resto?

FRANCES: Non le so dire.”

LA NARRATRICE : Un continuo errare, quello per mare. Un vagabondare che non ci dà punti fermi, ma che, per fortuna, ci consente anche di non giudicare. E di unire popoli e genti. Di osservare la sofferenza di coloro che sono passati per il mare cercando un tempo migliore, un mondo migliore.

FRANCES : E’ il nostro tempo ad essere malato : il male che si specchia nel cielo stellato è l’Oriente e l’Occidente a sud degli uomini, come una terra libera; il sogno stesso diventa quasi sapere e sembra che dia pace. Il cielo stellato ha la stessa funzione del mare, con maggior senso di protezione. Concilia l’uomo con l’eternità.

FABER : Il mare è come una lingua universale, che insegna a considerare tutti e tutto uguali, senza diversità. Quando lanciai la sfida di “Creuza de ma”, la immaginai come una piccola odissea dal Bosforo a Gibilterra. Ho pensato a una Genova sorella dell’Islam. Dovevo quindi creare un linguaggio che unisse tutti i popoli. Una volta individuati gli strumenti per le mie canzoni dovevo adottare una lingua che vi si adagiasse sopra, che evocasse atmosfere attraverso fonemi cantati. La lingua più adatta mi è sembrata fosse il genovese, con i suoi dittonghi, i suoi iati, la sua ricchezza di sostantivi tronchi, che puoi accorciare e allungare…quasi come il grido di un gabbiano. Non volevo parlare solo dei marinai emigranti, ma di tutti i popoli che testimoniano la loro sofferenza passando per il mare.

Buio. Qualche nota di “Sidun”. Luce di nuovo quando la musica smette.

FRANCES : Passaggi che rivelano il dramma e la solitudine dell’uomo.

LA NARRATRICE : Mare che testimonia quindi il dolore di essere soli.

FRANCES: Il dramma vero è il mondo che si disgrega, i cui segni si trovano in mare ma anche in terra. La solitudine, per me, non è una condizione di infelicità. Si dialoga coi morti, con le pietre, con gli alberi. Se si riesce a dare voce all’inespresso si può sfidare l’isolamento. Si tratta solamente di far parlare le cose che di per sé non hanno voce. E solo la solitudine, che per me è come la candela accesa nella notte, può farci scorgere ciò che resta del giorno, l’essenziale , ciò che vale la pena ricordare e conservare nella memoria. Per questo io lavoro di notte: interiorizzo la realtà dopo il rumore del giorno e ne faccio un bilancio, che porto nella mia scrittura. Non è un’apertura verso un mondo altro: è un’analisi di questa realtà, ciò che veramente mi interessa.

FABER ( incuriosito, a Francés ): Anche tu scrivi di notte? ( Francesco annuisce ) L’unico status mentale, spirituale e talvolta necessariamente fisico, in cui si riesca ad ottenere un contatto con l’assoluto, dentro di sé e fuori di se stessi è proprio la solitudine. Intendo questa come scelta, non l’isolamento che è sinonimo di abbandono e quindi un’alternativa operata dagli altri. Personalmente mi considero una minoranza di uno e spesso trovo nella solitudine, il modo migliore, forse l’unico per preservarmi da attacchi esterni, tesi anche inconsapevolmente ad interrompere il filo dei pensieri o a disturbare le sempre più rare vertigini di qualche sogno. Aggiungo che riuscendo a vivere in solitudine, se ci si esime dall’essere condizionati dal ronzio collettivo, ci si esenta anche dal condizionare gli altri.

FRANCES : “ Se tu gridi, il mondo tace”.

FABER : Esatto. L’uomo deve superare grandi disagi: il primo quando nasce e deve imparare a convivere con elementi a lui estranei; il secondo quando scopre la paura della morte e, infine, la solitudine per scelta. Accettandoli tutti e tre si arriva ad una profonda maturazione spirituale. Soltanto chi è davvero solo è libero.

LA NARRATRICE : Come si fa per essere delle anime veramente “salve” , spiriti solitari? Chi sono questi?

FABER : Il meglio della cultura viene sollecitato da persone che si trovano in minoranza e che proprio per i loro doni vengono emarginate e all’occorrenza perseguitate. Possono essere coloro che nascono con caratteristiche esteriori appartenenti a un sesso che non corrisponde alla loro identità più profonda… i “diversi”, gli stranieri, che non vengono mai visti come un qualcosa che ci possa arricchire spiritualmente. Ne ho parlato spesso, ne ho frequentati tanti. Ho sempre avuto poche idee, io, ma in compenso ben fisse.

FRANCES: “ Alta sui naufragi/ dal belvedere delle torri/ la maggioranza sta/ recitando un rosario”.

FABER : “ Di millenarie paure”

FRANCES : “Di ambizioni meschine”

FABER : “Di inesauribili astuzie/ coltivando tranquilla/l’orribile verità/ delle proprie superbie/ la maggioranza sta/ come una malattia.”

FRANCES : “ Come una sfortuna.”

FABER : “ Come un’anestesia.”

FRANCES : “Come un’abitudine/ per chi viaggia in direzione ostinata e contraria/ col suo marchio speciale di speciale disperazione/ e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi / per consegnare alla morte una goccia di splendore/ di umanità di verità.”

FABER : “Ricorda Signore questi servi disobbedienti/ alle leggi del branco/ non dimenticare il loro volto/ che dopo tanto sbandare/ è appena giusto che la fortuna li aiuti/ come una svista.”

FRANCES : “Come un’anomalia”.

FABER : “ Come una distrazione”.

FRANCES : “ Come un dovere…”


Canzone “Princesa “.


FRANCES ( a Faber ) : Forse è anche per questo che io e te siamo dei personaggi scomodi. Io ho sempre pensato che sia fondamentale la lucidità, che non è razionalità: è tutto quello che ti fa vedere la vita così com’è, senza infingimenti. E che ti fa parlar chiaro.

FABER : Io spesso “mi sono visto di spalle che partivo”, come rifiuto di un’identità anagrafica imposta dall’autorità che vuole tutti al proprio posto a suo piacimento.

LA NARRATRICE : In questi viaggi, fisici e morali, che cosa si lascia a terra più malvolentieri?

FABER : Gli affetti, le radici…le donne.

Cambio di luci. Pausa per qualche istante.


Secondo Movimento- ROSSO- FUOCO- Le passioni e gli amori: le donne, i romanzi e le canzoni.


FRANCES: Mah…io mi innamoro sempre con una certa cautela. L’amore è mortale. Mi piace contemplare l’amore, ma quando lo vivo mi dà un po’ d’angoscia. L’amore è un’infermiera celeste che può accompagnare l’uomo fino alla morte. E ‘ una delle cose fondamentali della vita cui l’uomo si aggrappa, come ad un contro-terrore al male di vivere.

LA NARRATRICE ( a Francés ) : E’ per questo che non ti sei formato una famiglia?

FRANCES: Io non ho nessuna fiducia nel futuro. Scompariremo. Che senso aveva fare dei figli? Tanto… ( indicando Faber ) c’è lui che ha pensato per tutti e due.
( Faber ride ).

FABER : Per me le donne, soprattutto quand’ero giovanissimo, erano qualcosa da prendere e fare, nel senso letterale del termine, senza tanti corteggiamenti. Ma non per questo non le rispetto. Nella mia vita hanno avuto un’importanza fondamentale. Non sono mai oggetto passivo del desiderio. Sono persone “vive”, vittime di tre grandissimi sacrifici: la maternità, la verginità e l’egoismo maschile. E poi le amo perché sono delle perdenti, in quanto nate donne. Ne ho narrate tante, mai secondo i clichés dei loro ruoli imposti dalla società. In fin dei conti, chi è oggi una donna perbene? Una donna che si è spogliata delle favole che le hanno messo in testa da piccola e che segue la propria coscienza senza essere influenzata da una morale comune o religiosa.

FRANCES: La bellezza delle donne è un grande dono, è un richiamo crudele, ma anche il più dolce che ci sia. E’ una bellezza che fa quasi male e che nasconde in sé, un senso di morte. La donna porta la vita, ma può essere anche dispensiera di morte. E spesso, forse per afferrare gli ultimi brandelli di vita, si abbandonano a facili amplessi occasionali, che lasciano però un senso di vuoto. Il sesso porta con sé anche una componente funebre, perché la metamorfosi avviene velocissimamente: dopo una forte intensità sessuale c’è sempre un senso di vuoto e di tristezza. Noi siamo sempre diversi, giorno per giorno, la nostra identità è precaria: nel sesso spesso si rischia di perdersi. Ma la donna non è mai monotona, né semplicistica. Ha numerose facce, che noi uomini non abbiamo.

FABER : E sono aliene dalla violenza. Sapete che su mille omicidi solo cinquanta sono commessi da una donna? E nella vicenda di Tangentopoli perché le donne dei partiti o delle amministrazioni pubbliche non hanno rubato nemmeno una lira?

Qualche nota di “Marinella “ in sottofondo.


FABER ( la musica tace ) : “ Jean-Pierre aveva la fronte intatta. Un’elitra di libellula lo accarezzava ad ogni spiro del vento. Sopra la rocca, da cui era precipitato, un orlo rado di pini aleppensi e un prominente arbusto più scuro accennavano dei sussurri.
Giunsero i carabinieri. Poi anche la madre. Si sarebbe detta di pietra se non avesse mormorato: “ Epargne-moi ce nouveau chagrin, ne me fais plus souffrir!” come se fosse stato vivo e colpevole.”

FRANCES : “Piango di lui ciò che mi è tolto/ le braccia magre, la fronte, il volto,/ ogni sua vita che vive ancora/ che vedo spegnersi ora per ora./ Figlio nel sangue, figlio nel cuore,/ e chi ti chiama “Nostro Signore”/ nella fatica del tuo sorriso/ cerca un ritaglio di Paradiso./ Per me sei figlio, vita morente/ ti portò cieco questo mio ventre,/ come nel grembo, e adesso in croce, / ti chiama amore questa mia voce.”

FABER : “ Sabèl lo guardò con occhi lievi- iridi di un colore lontano, di mare, d’oltremare. Che cosa non avrebbe fatto per quegli occhi soffusi di tenerezza, per quella fronte un po’ reclina! Era una donna al colmo dello splendore e faceva sempre strane domande inquiete.
Andò sola per il sentiero. L’ultimo oro si spegneva nell’aria mossa. Le vennero in mente certi alberi, la sera, a Luvaira, stretti dal cielo in una sorta di idillio. Erano mandorli davanti ai casolari.
Non arrivò sino in riva al mare. L’oscurità sui cespugli si animava: il biancheggiare del corpo di sua madre, il suo volto scontento ma dolce… il passeur morto, con l’iris accanto, la scoperta del testamento ch’era suo padre, l’eredità del casolare e del piccolo conto in banca.
“ Perché sono fuggita?” si chiedeva.”

FRANCES: “ Nel suo posto in riva al fiume/ Su zanne ti ha voluto accanto/ e ora ascolti andar le barche/ e ora puoi dormirle al fianco,/ sì lo sai che lei è pazza/ ma per questo sei con lei./ E ti offre il tè e le arance/ che ha portato dalla Cina/ e proprio mentre stai per dirle/ che non hai amore da offrirle/ lei è già sulla tua onda/ e fa che il fiume ti risponda/ che da sempre siete amanti./ E tu vuoi viaggiarle insieme ciecamente/ perché sai che le hai toccato il corpo,/ il suo corpo perfetto con la mente.”


Canzone “Nancy”.


FABER : “Chissà se è calma, infelice, o nervosa, - pensava, - chissà com’è Clara…” L’aveva lasciata che un’ombra di malinconia le percorreva la fronte, gli occhi pagliettati di sole.
Clara l’aveva conosciuta alla foce di un torrente, fra polverosi campi di lino. Tornava dal mare ed era di una gioiosa freschezza. Lei di quel primo incontro non si era mai ricordata. Poi l’aveva rivista dopo dieci anni ed era tutta ripiegata su se stessa, la testa china sul collo esile, ma sotto l’abito lasciava indovinare delle onde, degli slanci, un’armonia gelosa. Rispondeva con ironia se le si parlava. L’unico argomento che accettava era il mare. Lo sognava notte e giorno.
Gli si diede senza una parola. Le palpebre ancora abbassate, gli domandò se voleva che si cercasse un altro. Una luce a chiazze le pioveva addosso, dorava una gamba piegata e un braccio posato sul seno. “Guardala,- disse a se stesso-, in questa luce che la cerca, nel suo abbandono. E ricordala”. Poi lei si alzò. Lo splendore le scendeva dai capelli lungo la schiena. Andò a rivestirsi in un angolo, in un mosaico d’ombre.
- Ci rivedremo, - disse.- Se non vuoi perdermi sai come fare.”

FRANCES: “Hanno detto che Franziska è stanca di pregare/ tutta notte alla finestra aspetta il tuo segnale/ quanto è piccolo il suo cuore e grande la montagna/ quanto taglia il suo dolore più di un coltello, coltello/ di Spagna./ Tu bandito senza luna senza stelle senza fortuna/ questa notte dormirai col suo rosario stretto intorno al tuo fucile./ Hanno detto che Franziska non riesce più a cantare/ anche l’ultima sorella tra un po’ vedrà sposare/ l’altro giorno un altro uomo le ha sorrise per strada/ era certo un forestiero che non sapeva quel che costava./ Marinaio di foresta senza sonno e senza canzoni/ senza una conchiglia da portare o una rete d’illusioni.”

FABER : “Partì e scese per le curve, poi per il lungo dosso profilato contro il mare. La notte univa le cose: massi, cespugli e mare da cui si staccava qualche traccia fosforescente. Nei fari apparve una donna che cercava di nascondersi dietro un ginepro: tentava di arrampicarsi per la ripa, ma scivolava. Le era caduta la borsa.
Leonardo si fermò, istintivamente.
-Non abbia paura, non fugga.
Lei raccolse la borsa. Lui le aprì la portiera. Rimise la marcia. Era minuta e bionda. Parlava un italiano stentato. Era bosniaca.
-Viene dal bar?- le chiese.
-Ero nel bar. Ma ho preferito scendere a piedi, non aspettare che qualcuno mi portasse.
Sull’Aurelia illuminata la vide meglio: un bel profilo, delicato e gli occhi stanchi. Quasi senza seno.
Le chiese dove voleva essere lasciata.
-A una fermata del filobus.
I filobus di notte erano rari. Guardarono un tabellone: c’era da aspettare un’ora. Le chiese dove voleva andare. Abitava in una città che si trovava ad una ventina di chilometri.
-Risalga in macchina che l’accompagno.
Indossava un corto soprabito che lasciava le gambe scoperte, e aveva un luccichio nei capelli e un odore combinato di tabacco e di essenze. Passarono due capi rocciosi e due cittadine in cui erano sopravvissuti eucalipti e palme. All’ingresso della città, in cui lei abitava, la strada era costellata di ragazze seminude. Una era principesca.”

FRANCES : “ Via del Campo c’è una puttana/ gli occhi grandi color di foglia/ se di amarla ti vien la voglia/ basta prenderla per la mano./ E ti sembra di andar lontano/ lei ti guarda con un sorriso/ non credevi che il paradiso/ fosse solo lì al primo piano./ Ama e ridi se amor risponde/ piangi forte se non ti sente/ dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fior.”

FABER : “ Lei disse che aveva visto in quel momento Veronique uscire di casa. Aspettarono che arrivasse, ma non arrivava. Leonardo andò a cercarla nel giardino. L’aria batteva sulle rocce e vorticava negli iris. Lei stava genuflessa sopra un uomo al di là di quegli steli: si sorreggeva sulle braccia, la testa rovesciata, e si staccò bruscamente, profilo teso, disertato dal piacere.
Se ne andò senza essere visto. I cespugli lo proteggevano. La rupe coi suoi falchi era quasi di conforto.
Per strada rivedeva Veronique saldata alla terra. Poi la immaginò che si rivestiva e parlava con dolcezza nei turbini ocra del mattino. Era una pietra ferma. Procurava sogni e viaggi. Lei non viaggiava.”
“Una donna sedeva tra le angeliche, mani bagnate e una goccia sul mento. La donna parve incantata, la fronte senza tempo. Si alzò in piedi. Un sorriso che sembrava dire: ho capito chi lei può essere; un volto reso severo dall’azzurro che aveva dietro. La luce le cadeva addosso da altezze diverse, a intervalli ineguali.
All’improvviso le vide. Entravano nella piazza dal lato del sole. Una gamma di pastelli, una aveva il viso forte e l’altra delicato. Come bellezza si equivalevano. Da portare un uomo alle soglie di un mondo in cui non si poteva entrare.”

FRANCES: “ Anche la luce sembra morire/nell’ombra incerta di un divenire/dove anche l’alba diventa sera/e i volti sembrano teschi di cera./ Ma tu che vai, ma tu rimani/anche la neve morirà domani/l’amore ancora ci passerà vicino/nella stagione del biancospino.”
“ E fu la notte la notte per noi/ notte profonda sul nostro amore/ e fu la fine di tutto per noi/ resta il passato e niente di più./ Ma se ti dico “Non t’amo più”/ sono sicuro di non dire il vero/ e fu la notte la notte per noi/ buio e silenzio son scesi su di noi.”

Canzone “Amore che vieni amore che vai”. Buio

Cambio di luci alla fine della canzone.

Terzo Movimento- MARRONE – TERRA- Terre di confine e di passaggio, gente in esilio, le etnie, i dimenticati e gli emarginati.


LA NARRATRICE: La terra è forse ancora più importante del mare, per voi. E’ come un punto fermo, ma è anche una testimonianza del tempo e delle genti che vi passano sopra.

FRANCES: Le rocce, gli alberi, il cielo sono per me il simbolo della tragedia dell’Europa materialistica, che non si accorge più di niente, di ciò che accade, non sa più cosa dire…si perde in diatribe socio-economiche, non sa o non vuol sapere che c’è una massa di disperati che hanno bisogno. Essere un uomo di terra significa avere la consapevolezza della fragilità del proprio destino. Sulle coste si svolgono faide politiche o religiose, lotte di intolleranza.

FABER ( qualche nota in sottofondo di “Verdi pascoli”, poi silenzio ): Sono cresciuto in campagna e il mio sogno più grande non è mai stato quello di diventare un grande cantautore, ma di avere una tenuta tutta mia. Non guadagnavo più abbastanza , e poi volevo interrompere la routine con un gesto di libertà, anche perché sono convinto che le canzoni scritte per se stessi e non per necessità vengano molto meglio. Ho scelto di vivere in Sardegna perché terra e mare convivono cuciti da uno stesso destino. Quello dell’agricoltore è un mestiere a tempo pieno…almeno che tu non voglia far partorire le mucche nei week end. A parte la bellezza dell’ambiente, che è fuori discussione, le varie etnie sarde, pur nelle loro differenze, hanno ancora il rispetto di valori fondamentali in cui credo anch’io, quindi con loro mi ci trovo bene. E poi lì ho pur sempre un’azienda agricola, che va seguita. Anche perché non posso dire ai miei figli: “ciao, vi saluto e vi lascio cinquanta canzoni a testa”. Non c’è mafia né camorra in Sardegna, ma tutte bande isolate, che commettono questi delitti, il più famoso dei quali è il sequestro di persona. Ma, per quanto ho sperimentato, i veri sequestrati sono loro. Nei miei rapitori ho visto più una tribù d’indiani che un’organizzazione mafiosa. Ho vissuto il mio rapimento con una grande curiosità e ho la capacità di rimuovere i lati più sgradevoli di ogni esperienza: se tu cominci a non giustificarli ne esci ridotto male. Allora è il tuo cervello che seleziona e cerca addirittura di creare degli alibi. Perché se trovi degli alibi a quello che ti tratta male, ne esci pulito da un punto di vista psicologico. E se ci riflettiamo bene, certe azioni, seppur malvage, quando sono originate da cambiamenti socio-economici troppo improvvisi, si possono capire. Se un pastore vede continuamente sfrecciare sotto il suo naso moto, jeep e camper ad un certo punto dice: “ma perché io no?”.

FRANCES: Anche questo è l’emblema di un mondo in disfacimento. Lo testimonia la mia terra, una terra di confine, sospesa sull’abisso e sulla precarietà, metafora di un mondo che si sta sgretolando, come la fragilità del terreno. Rimangono solo poche tracce della vecchia cultura contadina, del lavoro, di un senso religioso della vita: i muri a secco, le terrazze, gli ulivi.

FABER: “ Aurno, sei case, aveva tre grandi scalinate di terrazze, fra le rocce, di buona terra: un’argilla di medio impasto, che manteneva un’umidità senza ristagni. Di rado si vedeva il sale sui lentischi e sui rami degli ulivi.
Le case, disabitate, andavano in rovina. Dorate dal silice ferroso, splendevano nella sera.
Se Luvaira era in decadenza, Aurno era morta. Luminosa per via dell’altura, delle rocce e del sole; ma ormai tenuta in mano dai “signori delle tenebre”. Se ne andavano anche i segni cristiani: “madonnette” sbreccate e ròse, e croci, sui bricchi, inclinate dal vento.
Gli ulivi, carichi di seccume, anziché di folto argento, s’illuminavano di un viola scarno, che precedeva il buio della fine. Varì era l’ultimo testimone di una vita che se ne andava.”

FRANCES: “Sopra ogni cisto da qui al mare c’è un po’ dei miei capelli/ sopra ogni sughera il disegno di tutti i miei coltelli/ l’amore delle case l’amore bianco vestito/ io non l’ho mai saputo e non l’ho mai tradito./ Mio padre un falco mia madre un pagliaio/ stanno sulla collina i loro occhi senza fondo seguono/ la mia luna/ notte sola sola come il mio fuoco/ piega la testa sul mio cuore e spegnilo a poco a poco.”

FABER: “Quell’uomo quasi vecchio e quasi sacro spiegò che aveva camminato tutta la notte per abbassarsi, per fuggire l’aria di neve( l’auro de nèu ).
Parlava provenzale in una strana cantilena, con la cadenza delle alpi marittime: a toni alti come singhiozzi seguivano suoni in calando e strascicati, dolcezze da berceuse.
Gregorio lo invitò a scendere negli ulivi, ché tanto erano abbandonati: danno non ne poteva fare. Ma il pastore negò con la mano. I contadini non amavano “lou pastre”, aggiunse. Al pastore, a “lou pastre”, disse rassegnato, erano destinati solo pietrischi e terreni magri, o quelli rocciosi sul mare, ove cresceva un’erba dura come spago e cespugli che nessuna bestia gradiva. Ma a chi parlava? Agli angeli o a se stesso sembrava parlare quell’uomo.”

FRANCES : “ Andava lento ma sicuro come gli antichi portatori di sale, e forse per lo stesso loro sentiero. Andava lento, ma andava, in mezzo a tutto quel sangue di dio la cui vita si muove. Sparì fino alla cintola oltre il crinale, poi fino alle spalle, poi tutto quanto. Andava inesorabile. Non compiva giri a vuoto, né si lasciava, come un marinaio, assediare dal sogno.
Sono indulgenti i pastori, ma dopo il primo approccio si fanno diffidenti, per troppa solitudine, e vanno per la loro strada. Per troppa solitudine e anche per quel sangue che li danna e li fa camminare da una luce all’altra. E la sera tardi li tiene svegli. Quante volte ne aveva visto il fuoco al di là della stellata tenebra, mentre lui, a notte caduta, si attardava a decifrare una morte, a leggere nel libro di un muto.
Loro non ne avrebbero nemmeno avuto il tempo.”

FABER: C’è un popolo che ha attraversato tutte le terre e che meriterebbe il Nobel per la pace: gli zingari. Sono gli unici a non essere mai scesi in guerra contro nessuno. Sono i vinti per eccellenza, i diseredati, girano il mondo da oltre venti secoli senza armi, tra mille pregiudizi risalenti alle invasioni dei barbari e alle guerre che si svilupparono attorno all’anno mille. Gli psicologi chiamano il continuo spostarsi senza meta “dromomania”, attribuendole il significato di fuga dall’angoscia. Angoscia che può essere la paura della morte. Certo, è vero, gli zingari rubano. Però non mi è mai capitato di leggere o sentire di uno zingaro che abbia rubato tramite banca.

Canzone “Khorakhané”.


LA NARRATRICE ( a Francés ) : Spesso ti è stato rimproverato di non essere un autore “impegnato”, di eludere i problemi sociali e politici. Cosa ne pensi?

FRANCES: L’artista non deve avere una funzione sociale. Il vero impegno è quello metafisico e metastorico. Un corpo a corpo con l’angoscia umana; l’impegno sociale non ha niente a che fare con l’arte e, per giunta, è legato al momento. L’artista deve porsi di fronte al mondo e deve guardarlo senza schemi precostituiti.

FABER: Sono d’accordo. Io sono stato visto di traverso dagli ambienti della destra, sono stato perfino spiato, fino al 1976, dai Servizi segreti come filocomunista. Ma io appartengo soprattutto a me stesso e non mi va che mi si facciano i fumetti intorno, non lo sopporto. Sono un anarchico individualista, che crede solo nella propria libertà.

FRANCES: Ciò non significa che nel nostro universo non ci sia attenzione per i problemi sociali. Vengono alla ribalta prepotentemente, sotto i nostri occhi, in continuazione, in questo tempo malato. Bisogna soprattutto andare al cuore del male, perché solo così si vede la realtà in profondità.

FABER : “ Il fuoco ardeva lento e custodito nell’uliveto. Intorno, uomini accovacciati e donne avvolte da coperte e scialli. E ombre tremule alle loro spalle.
Uno di quegli uomini levò la mano mostrando il palmo nudo.
-Bonsoir- disse.
-Bonsoir, - disse Leonardo. E accostò a un muretto il suo bastone. A quella mano disarmata l’altro sorrise. Lieve. Ma vi tremava tutta la mestizia del mondo.- Se cercate il confine, è più in là nell’altra valle.
-Non possiamo restare? Siamo stanchi.
-Finché volete. Gli ulivi sono fatti per proteggere.
-Gli ulivi non sono Dio, - l’altro disse.
-Non sono Dio, d’accordo, ma è quanto qui c’è di meglio- disse Leonardo.
Augurò la buona notte e se ne andò in casa.
Non aveva paura. Conosceva chi fuggiva la propria terra e vagava fra Italia e Francia. E quei tipi cupi e quelle donne dal volto fine non erano né ladri né assassini. Gli venne in mente l’uva d’inverno, ancora attaccata alle viti, becchettata dalle passere, sulla curva di un terrazzo, verso il ruscello. Al mattino, gliel’avrebbe offerta.
Ma al mattino erano scomparsi. I sentieri erano deserti. E la brezza, che muoveva la cenere, sembrava rovistare nella tristezza degli uomini. “Buon viaggio!” disse a bassa voce. E si riprese il bastone, ch’era rimasto accostato al muro e si dorava al sole come le pietre.”

LA NARRATRICE ( a Faber ) : E Genova?

FABER : Vengo da Amburgo, da Francoforte, dalla Sardegna… e da Genova. Genova, che tutte le volte che sei fuori, è una città da rimpiangere. Ci vivi fino ai vent’anni, quando si “arde di inconsapevolezza”, come dice un giovane poeta. E’ difficile lavorarci. Te ne vai e dopo che te ne sei andato cominci a rimpiangerla. Nei confronti di Genova ho un rapporto di amore-odio, è una città bellissima, ma anche insopportabile, dove contano solo gli status symbol tipo “ Quella come nasce?”, una domanda alla quale ero solito rispondere “Credo che nasca dall’utero di sua madre!”


FRANCES: Genova è una città che volge le spalle al mare, i genovesi vogliono imitare le metropoli come Milano, si vergognano della pirateria. Per vedere il mare da Genova bisogna salire molto in alto. A Marsiglia, invece, il mare entra dappertutto, Marsiglia non si vergogna, anzi.

FABER: Quello che mi ha sempre colpito del mondo dei carruggi è stata l’abitudine alla sofferenza e quindi la solidarietà. Erano solidali in qualsiasi occasione, perché si trattava di sottoproletariato, quindi neanche di una classe precisa, agguantabile da quelli che erano i partiti politici tradizionali, era un mondo che in qualche misura si difendeva dallo stato e quindi io ci ho sguazzato dentro. Avevo già delle idee politiche ben precise, ricavate da Brassens che ascoltavo dalla mattina alla sera, grazie ai dischi che mio padre mi portava dalla Francia, e lui descriveva questo mondo, questi personaggi emarginati che poi io ho ritrovato a Genova. La latitudine era un’altra, ma sempre di quelli si trattava. E’ stata una confluenza di diversi tipi di influenze, non disgiunte da un certo tipo di carattere come il mio. ( Partono in sottofondo alcune note di Jamin-a ) A Genova nessuno ti urta un braccio, nemmeno in via del Campo. E’ un’area di emarginati, puttane, contrabbandieri ma non ho mai visto una goccia di sangue né una manifestazione di intolleranza. E ‘ una città del Sud, visto che il ceppo ligure storico nasce da radici etrusche, fenici, siamo mediterranei, imparentati con gli arabi, i catalani, i provenzali. Io poi mi sento più vicino a un turco che a un triestino. ( La musica cessa )

FRANCES: “ Vi sono due Ligurie, una costiera, con traffici di droga, invasa e massacrata dalle costruzioni, e una di montagna, una sorta di Castiglia ancora austera; io sto sul confine.”

FABER: “ Dopo un poco un’altra folata di gente in cammino percorse la collina.
- Ma questa è una vera calamità,- disse Corbières.”

FRANCES: “ – Può darsi che lo diventino più in là. Ma qui sono innocui, hanno paura. Bisogna stare un po’ attenti, questo sì. Ti guardano, ti scrutano, poi chinano gli occhi e vanno. Qualcuno più ingenuo ti chiede di portarlo in macchina sino a Genova. Credono che Genova sia subito lì.”


Canzone : “La città vecchia”.

Cambio di luci. Qualche istante di pausa.


Quarto Movimento- VERDE- ARIA- I pensieri, le riflessioni, l’anarchia, i simboli della vita e della morte. Il congedo.


LA NARRATRICE ( ad entrambi ) : Abbiamo parlato di tante cose, ma non sappiamo ancora molto su di voi. Cosa ne pensate della vita, della morte…so che non è facile far parlare i liguri, ma so anche che, una volta cominciato, è difficile fermarvi, soprattutto quando vi sono degli argomenti che vi stanno particolarmente a cuore.

FABER ( alla narratrice ) : Prova a farci qualche domanda in più…noi vecchi lupi solitari con la penna facile dobbiamo essere sollecitati, spesso. E poi, di solito siamo poco sistematici…menomale, se no diventeremmo tremendamente noiosi. Alla faccia del mio professore di lettere del liceo che non mi dava mai la sufficienza per una supposta “mancanza di organicità” nei temi.

LA NARRATRICE ( ad entrambi ) : Avrei mille cose da chiedervi. Ma quello che voglio ricordare qua stasera, soprattutto, è l’importanza che le parole degli artisti possono avere ancora in un ‘epoca frettolosa e distratta come questa. Vorrei ricordarvi nella maniera che vi descrive meglio. Anche per capire il vostro intimo più profondo.

FRANCES ( fa una breve pausa ): Non ho una fede, ho solamente un’esigenza di un al di là delle cose che è il lirismo, la contemplazione delle cose stesse. Amo viaggiare per impoverirmi, per spogliarmi di ciò che non è necessario, non per arricchirmi .
Non ho sogni nel cassetto. Io sono anarchico e individualista e non credo nei giovani. Forse, però , in loro c’è un’esigenza di ritornare a domande intimistiche, anche perché non credono più nel sociale e nel politico: questo per me è positivo, sempre che arrivino alla forza dell’interiorità.
Per il resto, preferirei che per me parlassero i miei libri. Io sono da cancellare. La mia vita non conta nulla, i miei natali non hanno importanza, il mio paese è insignificante. Si fa della letteratura perché non si è contenti della vita. Non credo nelle biografie.

FABER: Io mi ritengo religioso e la mia religiosità consiste nel sentirmi parte di un tutto, anello di una catena che comprende tutto il creato, e quindi nel rispettare tutti gli elementi, piante e minerali compresi, perché secondo me l’equilibrio è dato proprio dal benessere diffuso in tutto ciò che ci circonda. La mia religiosità non arriva a cercare di individuare il principio, che tu voglia chiamarlo creatore, regolatore o caos non fa differenza. Però penso che tutto quello che abbiamo intorno abbia una sua logica, e questo è un pensiero al quale mi rivolgo quando sono in difficoltà, magari dandogli anche i nomi che ho imparato da bambino, forse perché mi manca la fantasia per cercarne altri. Mi considero un animista: credo che esista uno spirito, un’anima in tutti gli uomini, gli animali, i vegetali e gli stessi oggetti, per il fatto stesso che tali oggetti sono o sono venuti in contatto con lo spirito di un essere vivente. C’è chi è toccato dalla fede e chi si limita a coltivare la virtù della speranza. Il Dio in cui, nonostante tutto, continuo a sperare è un’entità al di sopra delle parti, delle fazioni.

FRANCES: E’ molto simile a quello che accade anche in me: quando si vive in un secolo come questo, che si è chiuso nel disonore e nella vergogna, si diventa scrittori dello spazio, dove ci si può rifugiare. E tutto ha un’anima, come i miei ulivi con la loro purezza francescana. Lavorano notte e giorno, sotto il sole e sotto le stelle per aggiogare la terra al cielo.

LA NARRATRICE: E’ importante che una persona abbia degli ideali? Che ruolo può avere ancora uno che scrive, al giorno d’oggi ?

FABER : Io credo che un uomo senza slanci, senza utopia, senza ideali sarebbe un mostruoso animale fatto di istinto e raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura.

FRANCES : L’artista, se non è un lacché dei politici, un lacché della televisione, uno da avanspettacolo, ce l’ha sì un ruolo. Se scrive in modo onesto una prosa onesta sugli esseri umani. Ce l’ha sì questo ruolo: restituire l’emozione che dà il mondo, la vita, la contemplazione della rovina, la contemplazione del sorgere della vita.

LA NARRATRICE: Che cosa vi sgomenta di più ?

FABER: Sicuramente la morte…ma non tanto la mia , quanto la morte che ci sta intorno… lo scarso attaccamento alla vita che noto in molti miei simili, che si ammazzano per dei motivi in realtà molto più futili di quanto non sia il valore della vita. Io ho paura di quello che non capisco e questo proprio non mi riesce di capirlo.
Mi preme, più che altro, dire che le difficoltà della vita bisogna affrontarle attraversandole perché si possa diventare un uomo fino ad affrontare la peggiore di tutte, ossia la morte. Amo gli autori che ci vogliono dire questo: solo superando la paura della morte si diventa immortali. Naturalmente, senza andarsela a cercare. L’unico timore, forse, è quello di morire senza stile.

FRANCES: Tutto è fatto per invecchiare. Ma questo mondo è scomparso. Si ha paura di ciò che non si sa. La morte non è ordine assoluto, non è neppure un colpo secco…per me è solo la disarmonia totale.

FABER: “ Sono comparse certe scritte l’altra sera. Io le ho viste ieri. Sono impressionanti.
-Non ti impressionerai per delle scritte al giorno d’oggi?
-Son cose da folli, insulti alla ragione, -disse Edoardo a bassa voce.
-E dove le hai viste?
-Sulle pareti dei palazzoni, nei tunnel e persino sui muraglioni. Strane frasi: LASCIATECI MORIRE IN PACE, per dirtene una. Frasi minacciose.
Ma chi erano quei laconici messaggeri, chi potevano essere?
-Giovani smarriti, forse drogati o qualcosa del genere. Una parte di gioventù si è sempre perduta. Ma adesso sarebbe il colmo, adesso che sono liberi, vi fosse una caterva di suicidi o di morti per droga.
Presero a camminare per la mulattiera. E Gregorio si informò ancora di quelle scritte. Erano proprio tutte inneggianti alla sparizione? Sparire, tentazione che si era sempre accompagnata alla vita e sempre accarezzata da qualche giovane disperato, era un processo solitario. Quei giovani, dal leggero fardello, si portavano per gioco sulla riva fatale.”

FRANCES: “Ho licenziato Dio/ gettato via un amore/ per costruirmi il vuoto/ nell’anima e nel cuore./ Le parole che dico/ non han più forma né accento/ si trasformano i suoni in un sordo lamento./ Come potrò dire a mia madre che ho paura?/ Perché non hanno fatto/ delle grandi pattumiere/ per i giorni già usati/ per queste ed altre sere./ E chi, chi sarà mai/ il buttafuori del sole/ chi lo spinge ogni giorno/ sulla scena alle prime ore./ E soprattutto chi/ e perché mi ha messo al mondo/ dove vivo la mia morte/ con un anticipo tremendo?/ Come potrò dire a mia madre che ho paura?/ Tu che m’ascolti insegnami/ un alfabeto che sia/ differente da quello/ della mia vigliaccheria.”


Canzone “La domenica delle salme.”


LA NARRATRICE: Che ruolo può avere oggi la politica? Come vedete la società?

FRANCES ( mentre parla, in sottofondo pochi istanti dell’Introduzione di “Storia di un impiegato” ): Nessuna politica, nessun tipo di impegno sociologico hanno mai risolto i problemi dell’uomo. E poi la politica si nutre di frasi fatte, di risposte già date. Un artista non deve esprimere giudizi se non provvisori e può anche contraddirsi perché è così la vita . Le mie frasi non sono né una condanna né un duro monito ma solo la constatazione di una realtà che è sotto gli occhi di tutti. Per il futuro una mezza idea l’avrei: sono anni che penso di andare sotto terra avvolto nel drappo della Libre pensée.

Buio. Nel buio le parole della Narratrice: “ Vanno / vengono / ogni tanto si fermano/ e quando si fermano/ sono nere come il corvo/ sembra che ti guardano/ con malocchio.”
Luce di nuovo.

FABER: Anni fa io scrissi un album intitolato Le Nuvole. Il titolo e gli argomenti sono tratti da Aristofane, chiaramente; le nuvole però, in questo senso, sono da intendersi come quei personaggi ingombranti che incombono sulla nostra vita economica, politica, sociale, e il cui ruolo fondamentale è di intromettersi fra noi e il cielo per nasconderci la luce del sole, come fanno quelle nuvole che vanno e vengono senza neanche darci il conforto di qualche goccia di pioggia. Sotto questo viavai di cirri e cumuli si muove il popolo che, per quanto gli è ancora concesso, continuerà a farsi i fatti suoi, anche perché non dimostra una grande vocazione alla protesta, purtroppo. Adesso non c’è nessun tipo di risposta unitaria da parte di chi subisce il potere. Il popolo non si esprime più in maniera collettiva e la sua protesta è come un coro di cicale.

LA NARRATRICE ( ad entrambi ): Ed e’ soprattutto la religione della natura lo antidoto allo sfacelo e all’indifferenza?

FABER : E al fanatismo.

FRANCES: Certamente. Il paesaggio è persona, vive con noi.

FABER: “ Salì ai bordi del ritano. Gli ulivi erano sempre più scarni, di una bellezza quasi minerale, mano a mano che saliva. Sul crinale le ramosissime e spinose calycotome: vi affiorava la roccia e non vi cresceva altro che quel rigido arbusto. Su quegli spini s’era arenato un gabbiano con le ali larghe.
Si avvicinò a guardarlo.
Le palpebre erano incartapecorite, orlate di piume gialle di pianto, le zampe rigide, il becco aperto in uno dei suoi gridi gutturali e soffocati.
Era stecchito e insieme al ramo spinoso faceva da chitarra nell’aria che turava, un suono rauco e lontano.
Notò che aveva perduto dal petto la leggera tinta rosa.
Ma perché era venuto a finire su quelle crudeli ginestre spinose una vita marina e celeste?
Qualcuno gli doveva aver tirato con uno schioppo , e chissà da dove era venuto a trafiggersi in quell’arbusto.
Gli venne quasi voglia di togliersi il berretto prima di proseguire.”

FRANCES: “ Cantami di questo tempo/ l’astio e il malcontento/ di chi è sottovento/ e non vuol sentir l’odore di questo motore/ che ci porta avanti/ quasi tutti quanti/ maschi, femmine e cantanti/ su un tappeto di contanti/ nel cielo blu./ Figlio bello e audace/ bronzo di Versace/ figlio sempre più capace/ di giocare in borsa/ di stuprare in corsa e tu / moglie dalle larghe maglie/ dalle molte voglie/ esperta di anticaglie/ scatole d’argento ti regalerò.

FABER: “ Nella luce indebolita le api tornavano all’alveare sotto la tettoia. La luce s’andava allontanando come un suono d’organo e lui pensava alla regina, alle operaie, alle architette, alle bottinatrici. “Monarchia o repubblica? O bande, sette e partiti salgono e scendono come le maree sotto l’influsso della luna?” C’era un ordine diverso. Pensava all’ape che non aveva voluto pungere Cristo sulla croce.”

FRANCES ( mentre Frances parla, Faber fischietta nel microfono il refrain di “Canzone del padre” da cui sono tratti questi versi ) : “ E ora Berto, figlio della lavandaia,/ compagno di scuola, preferisce imparare/ a contare sulle antenne dei grilli/ non usa mai bolle di sapone per giocare;/ seppelliva sua madre in un cimitero di lavatrici/ avvolta in un lenzuolo quasi come gli eroi; / si fermò un attimo per suggerire a Dio/ di continuare a farsi i fatti suoi/ e scappò via con la paura di arrugginire/ il giornale di ieri lo dà morto arrugginito,/ i becchini ne raccolgono spesso/ fra la gente che si lascia piovere addosso.”

Breve strofa de “Il Girotondo”.

Buio per qualche istante. Luce sulla Narratrice.

LA NARRATRICE: 11 gennaio 1999, ore due del mattino. Fabrizio De André muore all’Istituto Tumori di Milano. Accanto a lui la moglie Dori Ghezzi e i figli Cristiano e Luvi.
17 ottobre 2001, ore dieci del mattino. Francesco Biamonti si spegne nella sua casa di San Biagio della Cima, a causa dello stesso male. Accanto a lui i fratelli Enzo e Giancarlo e i parenti più stretti ( verso entrambi ). A cosa serve tutto questo?

FRANCES : Vivere, soffrire e tutto il resto?

FABER: A niente. Non a niente in assoluto ma a niente per quanto ci riguarda come individui che comprendono solo ciò che possono distruggere. E in questa infinita gratuità intravedo quello che ho sempre cercato nell’anarchia: una libertà assoluta, incomprensibile ed estranea alle nostre spiegazioni, qualcosa che mi viene spontaneo chiamare Dio.

Luce anche su Faber e Francés che si alzano dalle loro sedie. Si guardano con complicità e si dirigono verso proscenio. Si siedono proprio di fronte al pubblico.

FRANCES ( a Faber ) : Abbiamo veramente parlato a ruota libera…d’altronde, noi possiamo offrire solo le nostre parole... ( lo guarda con aria sorniona ) non potevo certo raccontare di tutti i tuoi interessi…e degli scherzacci che facevi coi tuoi amici…delle dormite fino alle due del pomeriggio…

FABER ( sta al gioco ) : Delle bevute giovanili di Rossese, in compagnia…con conseguenze disastrose, comprese di minzioni notturne in vari armadi…

FRANCES : Sei un bulimico di interessi…cucina, agricoltura, il barocchetto… ( lo guarda con un divertito rimprovero )…astrologia compresa… Ma come!!

FABER : Guarda che non lo faccio per snobismo. E’ che io mi innamoro di tutto. Credo all’astrologia ma non lascio certo che invada il mio destino. E’ a suo modo una scienza, che può spiegare eventi clamorosi con le quadrature degli astri…tipo lo scandalo Watergate! E’ sempre la ricerca di qualcosa che ci spinge, ricordalo.

FRANCES: E cosa ne pensi della letteratura?

FABER: La letteratura per me è stata come il nonno che non ho mai avuto. Da bambino cercavo qualcuno che mi facesse crescere, che mi offrisse una migliore capacità per esprimersi, ma la sera non avevo nessuno che mi raccontasse delle storie e così, invece della saggezza dell’uomo mi portavo a letto un libro.
Così sono cresciuto.

FRANCES : Vorrei la certezza che i libri possano parlarci ancora. Ma mi rendo conto che non abbiamo il diritto alla certezza. E allora stiamo qua , con le nostre testimonianze. Accomunati dal destino.

FABER: E dai premi. Se non sbaglio hai vinto anche tu un premio intitolato a me! ( Francés annuisce ) Siamo qua… con la nostra riservatezza, la nostra timidezza scambiata per scontrosità, con l’unica regola di non avere regole.

FRANCES ( tira fuori dal taschino una scatola di sigarette ) : … e con le nostre sigarette!

FABER ( guarda il pacchetto avidamente ) : Dici che si potrà qui?

FRANCES ( prendendo l’accendino per “inaugurare” le sigarette ) : Ma sì… per fortuna qua non c’è Sirchia che tenga… una nuvola di fumo per avvolgerci , come una siepe leopardiana per far spaziare meglio i nostri pensieri.

FABER: Ma non per questo ci impedisce di scorgere il mondo.

FRANCES ( al pubblico ) : Lacerate quel velo.

FABER ( c. s. ) : Occorre vederci chiaro.

Pian piano si fa buio anche su loro due, oltre che sul resto della scena. Si intravedono solo confusamente le due fiammelle delle sigarette accese. Qualche nota della canzone “Inverno”, che fungerà da musica di ringraziamento.
Dopo qualche istante, buio completo e silenzio.

F I N E

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